venerdì , Maggio 7 2021

Foto insopportabili. Poco si legge e "meno si capisce"

Fu la foto di Aylan, il bimbo curdo di tre anni affogato sulla spiaggia turca il 3 settembre del 2015, che fece discutere e ragionare sull’opportunità di condividere certe immagini ai tempi del web. Quella foto fece cambiare le sorti dei curdi nella Germania della Merkel e anche in Italia il respingimento salviniano si arrestò.
Una foto può cambiare la storia?
Certo, come la lunghezza del naso di Cleopatra secondo Pascal eppure è la foto che paralizza il reale, che lo racconta senza orpelli linguistici. l’immagine ci folgora quando  tocca  l’orrore e ci scandalizza quando l’orrore è quello a noi vicino e ci lascia indifferenti quando  è cosmico.  Le immagini televisive  di bambini africani  che  annunciano la loro morte, non sconvolgono affatto anzi ci irritano specie se mandate all’ora dei  pasti,  ma se la foto fissa il sangue di un bambino “nostro” ci indigniamo salvo vedere e rigirare filmatini rubati a qualche profilo social dell’amico. Si è preferito scrivere “sciacalli” così da mettere a tacere la coscienza e colpevolizzare l’altro.
Ipocrisia! Voglia di protagonismo puritano al tempo del selfie smodato
Intanto: poco si legge e meno si capisce.
E’ un’emergenza sociale alla quale bisognerebbe porre rimedio. Orde di uomini e donne, di ogni estrazione sociale e culturale, che  trasformano i social network in una vanedda di odio e curtigghio, in nome di verità (loro) e idee inconfutabili (sempre loro). E’ l’infinito mondo degli haters, dei troll, delle shitstorm, del cyberbullismo giovanile e senile (il peggio), che cresce in maniera esponenziale e trasforma il gruppo in branco e gregge: realtà speculari e complementari.
Napalm 51 è il personaggio crozziano che ha intercettato questo fenomeno raccontandolo settimana per settimana e ancora uno studio di Vox, unitamente a diverse università italiane, ha categorizzato questi leoni da tastiera individuandone sei gruppi: odiatori di genere, sono il 63% e molti fra loro sono donne. Donne che odiano le donne, postando nefandezze e volgarità salvo proclamarsi paladine dell’antifemminicidio da 25 novembre  o pie pellegrine di santuari mariani. A questa categoria segue quella degli omofobi, il 10,8%; degli xenofobi, il 10%  e in ultimo dei diversamente abili, il 2’2%.
L’invidia, mal celata, è il motore che veicola l’odio. Il campo semantico è povero e sempre legato a insulti vernacolari in lingua vomitati con spietatezza, presupponendo una superiorità verso l’interlocutore che, in sintesi, non dovrebbe stare in questo mondo perché il suo esserci eclissa l’odiatore supportato da altri haters. Il branco diventa così echo chamber, che utilizza l’effetto gregge per   sputare, coi modi delle “sguattere” e dei “cafoni”, catarrosi irrisolti personali. L’hater genera engagement e  genera i rankin, ovvero  visibilità  e  sostenitori che contribuiscono al dibattito generando comunque successo. Servirebbe  una cultura della civiltà online insegnando a scuola il rispetto per il prossimo e la dignità delle persone che vivono dall’altra parte della tastiera. Una sorta di educazione civica 2.0 della quale si sente profondamente la mancanza.
P.S. Volontariamente è stata omessa la foto in cui si vede il volto di Aylan. Temiamo che quanto sopra scritto verrà capito da quanti subiscono l’odio e non dagli odiatori proprio per la mancanza degli strumenti cognitivi di cui si è detto. Eppazienza…

Gabriella Grasso

‘E tu, che animale sei?’ La Redazione tutta invita a guardare questo filmato, estratto dalla puntata di La7 – Piazza Pulita dello scrittore Stefano Massini che lancia il suo incredibile manuale di ‘zoologia politica’ con gli irresistibili ritratti di 5 animali che dipinge a suo modo, pungente e spietato come non mai.
Ce n’è davvero per tutti.

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