lunedì , Aprile 15 2024

Il fallimento dell’Università italiana

La notizia di oggi è certamente il suicidio di una giovanissima ragazza (neanche 20 anni) all’interno dell’Università Lulm. Nelle motivazioni che l’hanno spinta all’estremo gesto c’è quella del fallimento nella vita. Se qui oggi c’è un fallimento, ed è un qualcosa che viene tristemente ribadito dinnanzi a tragedie del genere ma mai si è attuata una politica seria per invertire la rotta, è quello del mondo universitario italiano. L’Università è nata per un nobilissimo scopo: quello di diffondere saperi, formare coscienze e anche mettersi in contatto col mondo.

Purtroppo negli anni il nobile scopo si è sempre più imbarbarito per cose che conosciamo tutti ma non abbiamo il coraggio di indignarci veramente: l’Università è diventato un luogo di baronie, di raccomandazioni, in cui il sapere è stato messo in soffitta ed invece sono stati introdotti i cfu, metro di un’Università ormai trasformata in azienda. E come tutte le aziende ciò che conta non è il benessere dei dipendenti ma la produzione e la produttività. E portare queste due caratteristiche all’estremizzazione si arriva al totale distacco del ragazzo ormai visto come macchina e non nella sua natura più nobile che è quella umana. Abbiamo ormai un’università a tempo, che se non la si conclude in quello previsto si viene marchiati con una moderna lettera Scarlatta. Abbiamo un’università che pone obiettivi troppo elevati (e a volte totalmente distaccati dalla realtà) che porta ciascuno di noi a dover superare senza se e senza ma i nostri limiti, vedendo in essi non una potenziale ricchezza ma un vergognoso ostacolo. Abbiamo un’università ormai votata al burocratismo, un mondo del lavoro schizofrenico che chiede un numero piuttosto che un sapere (chissenefrega se il 110 è stato preso a suon di raccomandazioni, è sempre un 110), che ha, insomma, creato – vogliamo essere provocatori – i nuovi “ariani” contro i nuovi “ghettizzati”. Papa Francesco, riferendosi al covid, ha detto che la più grande sconfitta sarebbe quella di sciupare questa pandemia. E noi con l’Università abbiamo fatto ciò: si era, infatti, creato un modello virtuoso (certamente migliorabile) che era quello di una formazione a distanza comodamente da casa. Ciò permetteva a tutti di poter accedere a qualunque facoltà e in qualunque posto grazie ad una connessione internet (ormai in possesso di moltissimi). Era un risparmio in termini di tempo e soldi, senza doversi rivolgere alle Università Telematiche che magari non possiedono una determinata facoltà e ancora subiscono i pregiudizi di molti. Era anche un modo di creare un qualcosa di inclusivo, permettere al ragazzo di iniziare a vivere la vita gradualmente, soprattutto per chi, dall’oggi al domani, avrebbe dovuto lasciare il proprio paese per andare in una grande città ed essere un fuorisede con tutti i disagi che ne comportano. E tutto ciò, dinnanzi anche all’immenso potere dato ai professori universitari di decidere a volte in maniera discrezionale chi far passare e chi no, fa sentire il ragazzo dinnanzi ad una o più bocciature un fallito perché si ritrova solo in una città che non conosce senza avere niente con cui riscattarsi (andate ad ascoltare Tenco quando canta “non sapere niente in un mondo che sa tutto e non avere un soldo nemmeno per tornare”). E da qui la disperazione prende i più deboli di noi e li conduce all’estremo gesto o, se fortunati, all’abbandono di una carriera che magari dopo l’Università sarebbe decollata una volta trovata la naturale inclinazione di un ragazzo (gli esempi alla Steve Jobs, che sono molti, calzano). E invece no: in nome di non si sa che cosa imposto dal Ministero dell’Università si è dovuto demonizzare l’Università online (però poi siamo tutti bravi a predicare la digitalizzazione… ma vabbè, il progresso è bello finchè non toglie economia a chi l’ha sempre avuta) tornando in fretta e furia alla presenza (e guai a pensare doppi binari), i ragazzi, già provati dal covid e che magari hanno avuto una vita sociale tronca, si sono ritrovati strappati dai loro paesi, senza alcuno strumento per affrontare la inutile frenesia universitaria. E sono partiti così, quasi come una guerra in cui i più deboli soccombono… tributo inevitabile (?) in nome di un’Università che per come è oggi impostata è anacronistica mentre era molto più moderna quella degli anni in cui si fondavano. Inutile piangere in maniera ipocrita per una vittima, fra qualche settimana tutti, tranne ovviamente i familiari, se ne saranno dimenticati (anche questa indifferenza è segno dei tempi). Ma cerchiamo almeno, seriamente, che ciò non avvenga mai più (parole al vento, si sa… ma almeno ci abbiamo provato).
Alain Calò

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