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La rivolta dei contadini di Troina del 18 febbraio 1898

La rivolta dei contadini troinesi del 18 febbraio 1898, una vicenda storica esemplare del conflitto di classe nell’Italia di fine ‘800 ed inizio ‘900.
“Ed è la Sicilia, dove sono i centri del dolore, che suona la diana: a Modica ed a Troina si tumultua per fame e rinnovansi le stragi del 1893 – 1894. Sorpassano la decina gli affamati uccisi in febbraio in quelle due città, e centinaia di feriti cercano salvezza nella fuga, perché la polizia non contenta delle generose somministrazioni di piombo cerca vittime nuove per le patrie galere”. Con queste parole Napoleone Colajanni rievocava la tragica ribellione dei contadini troinesi del 18 febbraio 1898 contro i proprietari terrieri, repressa con violenza a colpi di fucile, nel suo libro “L’Italia nel 1898 (tumulti e reazione)” pubblicato nel dicembre dello stesso anno. Fu l’episodio di un cruento conflitto di classe tra contadini e proprietari terrieri, che nella memoria collettiva del paese è ricordato come “la rivoluzione della fame”. A raccontare, con sincera partecipazione sentimentale ed efficaci parole quella tragica rivolta di contadini troinesi affamati, è stato Filippo Turati con il suo articolo dal titolo “Ci buffuniano”, destinato a diventare famoso, pubblicato sul numero del 1° marzo 1898 della rivista “Critica Sociale”: “…la mattina del 18 febbraio, nell’alpestre Troina barricata dalla neve, la folla cenciosa tremava di freddo sulla piazza del Comune, nell’attesa di una prima distribuzione di frumento, una donna macilenta e lacera, – per usare lo stile dei gazzettieri per bene – uscita a mani vuote dal Municipio per non avervi ottenuto l’invocato soccorso, si rivolse furibonda alla folla esclamando: “Nun viditi ca ci buffuniano?” (Non vedete che ci corbellano?); e questo fu come il segnale del tumulto, che si chiuse indi a poco con sette cadaveri – tutti come sempre di contadini inermi – con un numero indeterminato di feriti, con il gremirsi delle carceri, e con centinaia di latitanti alla campagna”. Gli anni tra la fine dell’800 e l’inizio del ’90 furono anni terribili per l’Italia, non solo per Troina. Per il peggioramento delle condizioni di vita, il malcontento era molto diffuso in ampi strati della popolazione di allora, soprattutto tra le classi popolari su cui la crisi di fine secolo mordeva in maniera moto forte. Nei suoi articoli comparsi su “L’eco dei monti”, il maestro Foti-Giuliano scriveva che a Troina il malcontento era generale: “Si lamentano i contadini, gli artigiani, i professionisti e i proprietari. I contadini, dopo aver visto distruggere i vigneti dalla fillossera e dopo essere stati sopraffatti da una sequela di annate scarse, dicono che la terra qui più non dà e pigliano la via dell’America. Gli artigiani, cui manca spesso il lavoro e lo scarso lucro non basta al mantenimento delle famiglie alle esigenze della vita moderna, imprecano anch’essi, e molto, scoraggiati partono in cerca di un soggiorno migliore. I proprietari, che tutto ricavano dalla terra, non trovano, anche con diminuzione di prezzo, a fittare le loro tenute ed hanno abbandonato l’unica industria che qui esisteva, la pastorizia. Il commercio è nullo”. Ad essere maggiormente colpiti dalla crisi di fine ‘800 furono le classi popolari, i contadini poveri, braccianti ed artigiani in particolare sotto il giogo dei proprietari terrieri, che dagli effetti devastanti della crisi erano nelle condizioni di difendersi meglio. Se per i contadini poveri quelli furono anni di dura repressione, per i proprietari terrieri furono gli anni della grande paura. Tra le carte dell’archivio storico comunale, sono conservati dei documenti dalle quali possiamo capire quanto grande fosse il timore dei ceti possidenti per le esplosioni di collera popolare. Subito dopo che la sommossa fu sedata dalle truppe venute da Catania, la giunta municipale di allora chiese il 17 marzo 1898 al governo nazionale “che fosse mantenuto a Troina in modo permanente, ed in numero sufficiente, un distaccamento di truppa, così da scongiurare qualsiasi inconveniente in avvenire”. Il sindaco Federico Sollima e gli assessori Antonino Squillaci, Silvestro Cittadino ed il sacerdote Angelo Russo chiedevano il distaccamento permanente di più di 100 soldati. Furono subito avviati i lavori per trasformare in caserma l’ex monastero di Santa Maria degli Angeli di via Conte Ruggero e l’ex convento dei Carmelitani di via Vittorio Emanuele. Il distaccamento militare fu mantenuto per una quindicina di anni. E quando, nel 1912, il comando del corpo d’armata ne chiese la soppressione al ministero della guerra, l’amministrazione comunale, che era una sorta di comitato di gestione degli affari della borghesia agraria, si diede un gran da fare per mantenere il distaccamento militare. Nel 1912 l’Italia era in guerra con la Turchia per conquistare il dominio sulla Libia e per sostenere lo sforzo bellico doveva schierare tutti i soldati disponibili. Un paio di anni dopo, l’Europa dava inizio alla prima guerra mondiale, l’inutile strage come la definì il papa Benedetto XV. Tutti questi eventi spingevano verso la soppressione del distaccamento di Troina perché bisognava mandare i soldati sul fronte di guerra a combattere contro i turchi nel 1912 e gli austriaci nel 1915. Ma gli agrari troinesi temevano di più i contadini loro concittadini che gli austriaci, se nel gennaio del 1915, 4 mesi prima dell’ingresso dell’Italia in guerra, il sindaco Arturo Pintaura ed il consiglio comunale protestavano contro il provvedimento di soppressione del distaccamento militare di Troina. Le ragioni di questa protesta sono espresse con chiarezza nella delibera del consiglio comunale del 18 gennaio 1915, e precisamente in quel “considerato che se in questo momento vi è nella cittadinanza un’apparente tranquillità questa potrebbe da un momento all’altro venire turbata” ed in quell’altro “considerato che Troina ha nella sua storia i fatti del 1868 e quelli più recenti del 1898”.
Silvano Privitera

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