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Aidone. Chiesa di San Domenico

Chiesa di San Domenico
di Francesca Ciantia

Unicum. Aidone possiede il monumento certamente più singolare e uno tra i più affascinanti nel panorama artistico siciliano: la facciata in bugnato a punta di diamante della chiesa di San Domenico; un monumento che da solo vale una visita ad Aidone, ma che è al centro di una storia, quanto meno stravagante, che vale la pena raccontare, con la speranza di smuovere le acque stagnanti in cui il suo destino si è impantanato.

Genesi e sviluppo. La chiesa è posta a metà della Via Roma, la via che dalla piazza del Municipio si inerpica fino al “Castellaccio”. “La strada dei nobili”, allargandosi nella bella piazza Dante, culmina scenograficamente nella magnifica ed imponente facciata e si apre sul suggestivo panorama che dagli Erei scorre fino all’Etna, alla Piana di Catania e alle alture di Caltagirone.
La chiesa, che è dedicata a S. Vincenzo Ferreri, faceva parte del complesso conventuale dei Domenicani (da qui la denominazione comune di San Domenico) e fu costruita, a partire dal 1419, dal beato Vincenzo da Pistoia su progetto e direzione dell’architetto Leonardo di Luca. La struttura dell’impianto risulta quattrocentesca, di marca tosco lombarda. Il motivo a punta di diamante fa pensare alla seconda metà del Quattrocento, quando lo stile ‘plateresco’ si diffuse dalla Catalogna anche in Sicilia e nell’Italia meridionale. Questo motivo decorativo rappresenta un unicum in un edificio religioso, gli altri esempi conosciuti, a Ferrara, Napoli, Palermo e Sciacca, appartengono tutti all’architettura civile. Originale in questa facciata è, oltre all’utilizzo della pietra bianca, l’alternanza di conci bugnati con conci piani, un accorgimento che, alleggerendola, ne esalta l’eleganza. La chiesa subì molti danni per il terremoto del 1693; la data del 1741 impressa sul portale si riferisce certamente ai lavori di consolidamento; a questi restauri appartengono anche i cantonali del prospetto, in blocchi regolari di arenaria locale incisi con un motivo decorativo a chiocciola, nonché l’elegante portale barocco.

Evoluzione… La comunità locale e le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni, consapevoli del valore di tale patrimonio, si sono adoperate per il suo recupero. Era ridotta alla mera facciata, priva del tetto, affiancata dallo scheletro in cemento armato di un edificio mai ultimato, in stato di completo abbandono. Sono stati restaurati la facciata e l’interno, costruito un prezioso tetto, demolito lo scheletro che la deturpava ed edificato al suo fianco un grazioso edificio che avrebbe coronato l’uso a cui era stato destinato l’intero complesso: una grande sala per convegni e concerti e un centro studi. Il tutto, nonostante i lunghi tempi della burocrazia e dei finanziamenti, stava per giungere a buon fine.

Involuzione… Ma un brutto giorno lo “Stato”, come se il Comune fosse cosa altra, ne ha reclamato la proprietà ed ha bloccato tutto: completamento dei restauri, fruizione, godimento. Una storia paradossale quella che ha sostenuto questa pretesa dello Stato; una storia che affonda le sue radici al 1868 quando, in seguito all’esproprio dei beni ecclesiastici, la gran parte dei conventi furono dati in proprietà ai comuni perché li utilizzassero per usi di pubblica utilità: scuole, carceri, uffici, etc.. Le chiese annesse furono cedute al Fondo per il Culto e quindi da questo date in concessione ai comuni fino a quando se ne fosse mantenuto un uso a scopo religioso. Nel 1986, ex abrupto, solo dopo 120 anni, lo Stato, a corto di soldi, ha iniziato una serie di indagini per scoprire che fine avessero fatto questi beni e il Fondo per il Culto, divenuto nel frattempo FEC, ha reclamato la proprietà di quei beni che non erano più utilizzati a scopo religioso: San Domenico era uno di quelli, s’era persa ormai la memoria dei tempi un cui vi si celebrava messa, forse addirittura dai primi decenni del ‘900. Nel frattempo la competenza del FEC era passata dal Ministero delle Finanze a quello dell’Interno e il 25 ottobre 1991 un rappresentante dell’Intendenza di Finanza di Enna consegnava l’immobile ad un rappresentante della Prefettura, senza tuttavia sentire il bisogno di informare il Comune di Aidone e la Soprintendenza Regionale coloro i quali, cioè, fino a quel momento se n’erano presi cura salvandolo dal degrado. Nel 1997 l’allora Sindaco di Aidone ne chiede la concessione, per 99 anni, per un canone annuo di un milione di vecchie lire, anche in considerazione delle spese che avrebbe ancora dovuto affrontare per ristrutturarlo e propone di destinarlo ad auditorium, sala concerti e conferenze. La Prefettura respinge la richiesta con un no secco, manifestando il proposito di procedere alla vendita “al prezzo determinato dall’organico tecnico, tenendo conto dello stato di manutenzione” (come si legge nella risposta dell’1/9/97, in cui viene ribadita “l’esigenza del F.E.C. di adoperare in modo più redditizio il suo patrimonio”! ); come se un bene di questa rilevanza potesse avere un prezzo e lo stato di manutenzione avrebbe potuto mantenersi tale senza i costosi interventi della Regione e del Comune. Da quell’1 settembre del 1997 è calato un velo impenetrabile. Così lo Stato lo ha destinato al suo patrimonio alienabile, o per meglio dire lo ha abbandonato nuovamente alle intemperie, ai colombi ed ai vandali, senza più chiederne conto, confuso, carta tra le carte, tra le miriadi di pezzi dell’immenso patrimonio statale dimenticato.

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