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La sagra del tortone a Sperlinga

La sagra del tortone, istituita in Sperlinga nel 1982, in occasione del settimo centenario della guerra detta del “Vespro Siciliano”, non è altro che la trasposizione in chiave rievocativa, della vita che per secoli si protrasse nel chiuso delle grotte e delle casupole, in cui, stenti e prolificità si diffusero, nell’irrazionale rapporto inversamente proporzionale. Come allora si diceva, il poco bastava, ed il più soverchiava, fenomeno, quest’ultimo, che nell’economia di massa non si avverò mai. Abbondanza e prestigio sociale, com’è noto, appartenevano a pochissimi eletti, ed erano questi a reggere le sorti e a regolare la vita delle masse, le quali, in uno stato di incosciente esistenzialismo vivevano i loro giorni in una consolidata staticità che accomunava uomini e cose. Sobrietà dei cibi, povertà dell’abbigliamento e carenze delle condizioni si fondevano in un comune denominatore che tutto era, meno che pulizia e nutrimento adeguato alle fatiche quotidiane. Il poco bastava, e per poco s’intendeva avere l’indispensabile per non morir di fame. Era la condizione dei tempi; quasi logico, naturale, legittimo, che il paradiso della terra fosse appannaggio dei pochi. Ecco perché, quella volta la settimana che le massaie impastavano il pane con la giallognola farina di grano, frammista a volte con quella di varie leguminose, e riponevano nei forni i grandi “panetti”, e friggevano le formelle di pasta nelle padelle, tra il grigiore del fumo e le ceneri fuligginose del focolare ed i bagliori fiammeggianti del forno, i volti sorridevano, ed al par del fragrante colorito del pane caldo, si tingevano di rosa. I riti propiziatori, contenuti nei pochi versi dedicati ai Santi del “buon pane”, avevano compiuto il miracolo: “San Simone, cotto e bello; Sant’Antonino, come le vostre labbra; San Nicola, ogni ‘panetto’ quanto una mola; San Benedetto, per mangiarlo con appetito”. Il prodigio più esuberante si chiedeva a San Nicola, affinché i “panotti” gonfiati per effetto del lievito e della cottura divenissero grandi come la macina del mulino! Ma era giorno di festa anche per il vicinato. Ne erano indizio le spire fumogene emananti dai comignoli e l’inconfondibile odore del prezioso alimento ancora caldo di forno. Era d’uso, infatti, dare in prestito una o più forme di pane a quanti ne facevano richiesta. Convenientissima usanza per dare e godere, in ricambio, della possibilità di mangiare, e senza lunghi intervalli di tempo, il pane ancor caldo. Ma erano i “tortoni” ad accentuare il connotato festoso che assumeva la particolare giornata. Dolce essenzialmente casereccio fatto di semplicissimi ingredienti: farina impastata e lievitata, olio d’oliva e, allorché se ne disponeva, zucchero cosparso sulle due facce delle formelle. I tortoni confortavano i palati dei bambini, dei giovani e degli adulti, risvegliando certamente la sensazione che, oltre al semplice e modesto alimento quotidiano esistevano migliori possibilità nutritive. Ma pur convinti che trattavasi soltanto di istantanei, fugaci bagliori di pensiero, subito repressi dalla radicata consapevolezza di una regola graffiata soltanto da sparute eccezioni.

Bartolomeo Rividi

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