domenica , Settembre 19 2021

Tumore del colon-retto: migliorano prospettive

Tra le quattro neoplasie più diffuse al mondo, il tumore del colon-retto è un temibile big killer che colpisce circa 1 milione di persone ogni anno. Le terapie biologiche come bevacizumab stanno ampliando le possibilità di trattamento per i pazienti con malattia avanzata, consentendo non solo la cronicizzazione della malattia, ma in alcuni casi, insieme alla chirurgia, anche la guarigione. Strategie terapeutiche e prospettive future sono i temi su cui si confrontano a Roma i massimi esperti della patologia, aprendo inediti scenari in cui efficacia terapeutica e attenzione alla qualità della vita sono sempre più in sintonia.

Tumore colon-rettoContinuano a migliorare le prospettive in termini di sopravvivenza e qualità di vita per i pazienti con tumore del colon-retto in fase avanzata, grazie agli avanzamenti della ricerca e all’introduzione delle terapie biologiche, come bevacizumab. Sull’evoluzione delle strategie di trattamento e sulle prospettive future, fanno il punto oggi a Roma i massimi esperti di una neoplasia che, fino a poco tempo fa, lasciava poche speranze.

Nonostante i miglioramenti derivanti dalla pratica dello screening, «il tumore del colon-retto è uno dei più frequenti nel mondo occidentale – rileva Carlo Barone, Professore di Oncologia Medica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – globalmente è la quarta causa di cancro in assoluto, ma diventa la seconda nel sesso maschile e la terza in quello femminile, considerati separatamente. I nuovi casi nel mondo sono circa 1 milione l’anno e più di 250.000 solo in Europa. In Italia, gli ultimi dati del 2005 indicano un’incidenza di circa 40.000 casi ogni anno. Può insorgere in qualsiasi fascia d’età, con esclusione di quelle più giovani; l’incidenza è dai 40 anni in su, con un picco massimo dopo i 65 anni».

In epoca “pre-biologica”, per coloro che ricevevano una diagnosi con la malattia in stadio avanzato, la sopravvivenza era inferiore all’anno. Con l’avvento dei farmaci biologici, come bevacizumab, integrati alla chemioterapia, i pazienti hanno visto un allungamento progressivo del loro tempo di vita.

Ora, grazie all’individuazione di una sequenza ottimale nella somministrazione dei farmaci e alla chirurgia, in alcuni casi può essere raggiunto il traguardo della guarigione. Secondo Alfredo Falcone, Professore associato di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia, dei Trapianti e delle Nuove Tecnologie in Medicina dell’Università di Pisa, «anche in pazienti che si presentano inizialmente con metastasi non operabili, siamo in grado oggi con trattamenti intensivi di indurre una regressione della malattia, in modo da rendere possibile un intervento chirurgico successivo: questa è la cosiddetta “terapia di conversione”, che in alcuni casi può portare alla guarigione o comunque a sopravvivenze prolungate».

Altro importante obiettivo ora raggiungibile è la possibilità di convivere nel tempo con la neoplasia senza peggiorare la qualità di vita del paziente.

«Pensando alla “cronicizzazione” del carcinoma del colon-retto – afferma Alberto Sobrero, Responsabile della Divisione di Oncologia Medica dell’Ospedale San Martino di Genova – ci riferiamo a quel 25-30% di pazienti che presentano metastasi al momento della diagnosi e a quei pazienti che, pur avendo diagnosticato il tumore in fasi precoci, peggiorano in un arco di tempo che va dai 6 mesi ai due anni. La sequenza ottimale nella somministrazione dei farmaci consiste in un intervento chemioterapico di prima linea in combinazione con un farmaco biologico e un intervento con un farmaco chemioterapico diverso in seconda linea, combinato con lo stesso farmaco biologico. Quando la chemioterapia fallisce, deve essere cambiata, mentre il farmaco biologico viene mantenuto perché continua a rallentare la crescita del tumore con un ulteriore beneficio di sopravvivenza».

Bevacizumab rappresenta dunque una valida opzione terapeutica come terapia di mantenimento per i pazienti con tumore del colon-retto metastatico.

Bevacizumab: meccanismo d’azione

Un rifornimento ematico indipendente è fondamentale affinché un tumore cresca oltre determinate dimensioni (2 mm) e si diffonda (metastasi) ad altre parti dell’organismo. I tumori sviluppano il proprio rifornimento ematico attraverso un processo detto angiogenesi, rilasciando il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF), elemento chiave per stimolare la crescita del tumore. Bevacizumab è un anticorpo che bersaglia in maniera specifica e inibisce il VEGF per un controllo del tumore continuo. La precisa inibizione del VEGF di bevacizumab consente al farmaco di essere combinato efficacemente con un’ampia serie di chemioterapie e di altri trattamenti oncologici, con un impatto aggiuntivo limitato sugli effetti collaterali di queste terapie.

Carlo Barone, Professore di Oncologia Medica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Come si caratterizza il tumore del colon-retto e qual è la sua diffusione?

Il cancro del colon retto è un tumore maligno che interessa l’ultimo tratto dell’intestino, l’intestino crasso, dalla valvola ileo-cecale fino alla giunzione tra retto e ano. A seconda delle sezioni interessate dalla neoplasia, il colon propriamente detto o il retto, il cancro del colon-retto implica differenti aspetti clinici e terapeutici. Può insorgere in qualsiasi fascia d’età, con esclusione di quelle più giovani; l’incidenza è dai 40 anni in su, con un picco massimo dopo i 65 anni, ma raramente si possono osservare tumori colo-rettali anche nelle prime decadi di vita e, in questi casi, si tratta in genere di forme genetiche.

È uno dei tumori più frequenti nel mondo occidentale: globalmente è la quarta causa di cancro in assoluto, ma diventa la seconda nel sesso maschile e la terza in quello femminile, considerati separatamente.

I nuovi casi nel mondo sono circa 1 milione l’anno e più di 250.000 solo in Europa. In Italia, gli ultimi dati del 2005 indicano un’incidenza di circa 40.000 casi ogni anno.

Per ciò che attiene alla sopravvivenza globale, la neoplasia ha una buona percentuale di sopravvivenza a 5 anni, intorno al 60%; tuttavia, considerata l’incidenza così elevata, il cancro del colon-retto rimane tra le prime quattro cause di morte per tumore al mondo. Per le forme metastatiche la sopravvivenza è purtroppo molto più bassa e solo il 5% circa arriva ai 5 anni.

Quali sono i principali sintomi della malattia?

Il cancro del colon è una patologia in cui frequentemente la diagnosi è tardiva: si stima che il ritardo diagnostico medio sia intorno a sei mesi. I sintomi più comuni di questa neoplasia non sono specifici se considerati separatamente e vanno quindi interpretati nell’ambito generale del quadro clinico del paziente.

I sintomi prevalenti variano a seconda della localizzazione: nei tumori del colon di sinistra sono il sangue nelle feci e i dolori addominali di tipo colico, che si risolvono con l’evacuazione o con l’emissione di aria e che indicano un restringimento dell’organo, che può progredire sino a un quadro di occlusione intestinale; nei tumori del retto, oltre a questi sintomi, si può manifestare un’alterazione della forma delle feci, che possono assumere aspetto nastriforme o di tipo caprino e una sensazione di incompleto svuotamento del retto, associato o meno a dolore alla defecazione.

Per quanto riguarda i tumori del colon destro, la sintomatologia è più subdola perché la perdita di sangue in genere è cronica, spesso non visibile nelle feci; inoltre, la sintomatologia dolorosa è più sfumata e può esserci diarrea o emissione di abbondanti quantità di muco, a volte misto a sangue. Un sintomo rilevatore può essere la presenza di anemia causata dalla perdita cronica di sangue: in una persona di circa 60 anni con anemia il cancro del colon è una delle ipotesi diagnostiche più probabili.

E i potenziali fattori di rischio?

A tutt’oggi, non vi sono studi clinici inequivocabili, perché sarebbero difficili da condurre in questo campo, ma possiamo comunque individuare tre aspetti importanti: predisposizione genetica, stile di vita, alimentazione. Inoltre, le malattie infiammatorie intestinali, come la colite ulcerosa e il morbo di Crohn, specialmente se non controllate dalla terapia, conferiscono un maggior rischio di sviluppare un cancro del colon. Il cancro del colon-retto è da considerare quindi una malattia caratterizzata da una suscettibilità genetica, su cui incide una serie di fattori ambientali. Circa un 5-10% dei tumori sono tuttavia di origine esclusivamente genetica, da ricondurre a due sindromi: la poliposi adenomatosa, nella sua forma sia autosomica dominante sia recessiva, e la sindrome di Lynch.

Per quanto riguarda lo stile di vita, come è ben noto, i fattori che predispongono allo sviluppo del cancro del colon sono la sedentarietà, l’obesità, l’eccessivo introito calorico e, forse, anche il fumo di sigaretta. Nell’ambito della dieta, sono due i fattori favorenti: un’alimentazione ricca di carni rosse e di grassi e l’assunzione di cereali raffinati a elevato indice calorico, ricchi di zuccheri semplici.

Con quali regole di comportamento si possono ridurre i rischi?

L’assunzione di fibre, e quindi il consumo di verdure e frutta, è senz’altro un fattore protettivo: per quanto riguarda la frutta non vi è certezza sul ruolo delle fibre, poiché probabilmente la frutta ha un effetto protettivo non tanto per queste ma per gli anticancerogeni naturali, come flavonoidi e polifenoli, che contiene.

A proposito di anticancerogeni, alcune ricerche hanno dimostrato che l’assunzione di aspirina a piccole dosi svolge un ruolo protettivo nei confronti dello sviluppo del cancro del colon e ciò si è visto con chiarezza nei tumori del colon ereditari, sia nelle forme poliposiche che in quelle non poliposiche.

Che importanza ha la diagnosi precoce nell’incremento della sopravvivenza?

Una diagnosi precoce si ha quando il tumore è limitato alla parte del colon o del retto, non presenta un’estesa infiltrazione extra-parietale e non ha prodotto metastasi a distanza. Considerando che la sopravvivenza globale a 5 anni è di circa il 60%, mentre per i pazienti con tumori metastatici è inferiore al 5%, è evidente quanto la tardività della diagnosi sia un elemento cruciale nella prognosi e quanto sia importante effettuare uno screening.

Per quali fasce di popolazione è indicato lo screening?

Lo screening è una metodologia che interessa ampi settori di popolazione asintomatica e che lo Stato italiano ha introdotto per quattro patologie neoplastiche ad ampia diffusione: il cancro della mammella, della cervice uterina, della prostata e del colon-retto. Per il cancro colorettale gli strumenti sono l’endoscopia e la ricerca del sangue occulto nelle feci, che va eseguita ogni 1-2 anni e deve essere associata alla colonscopia ogni 10 anni.

Lo screening ha l’obiettivo di ridurre la mortalità correlata al cancro attraverso l’individuazione di neoplasie iniziali o di precancerosi, come i polipi. Nel cancro del colon-retto la popolazione può essere suddivisa in 3 fasce di rischio. Soggetti con rischio generico, cioè tutti coloro che hanno superato i 50 anni; soggetti a rischio intermedio, cioè i soggetti con più di 50 anni e con familiarità per il tumore del colon o per altri tumori correlati, oppure i pazienti affetti da almeno 10 anni da malattia infiammatoria intestinale attiva; rischio elevato, quando è riconoscibile una possibile malattia genetica nell’ambito familiare.

Per i soggetti a rischio generico lo screening s’inizia dopo i 50 anni, nella fascia a rischio intermedio gli esami si cominciano ad effettuare 5-10 anni prima dell’età in cui è stata effettuata la diagnosi di cancro del colon nel familiare di primo grado affetto (“caso indice”); infine, coloro che presentano un rischio elevato, ovvero quel 5-10% di casi di origine genetica, deve iniziare a sottoporsi allo screening molto precocemente, anche prima dei 15 anni.

Alfredo Falcone, Professore associato di Oncologia Medica Dipartimento di Oncologia, dei Trapianti e delle Nuove Tecnologie in Medicina, Università di Pisa

Il carcinoma del colon-retto continua ad essere uno dei tumori più temibili e diffusi, anche perché viene spesso diagnosticato quando è in fase metastatica. Come sono cambiate in questi anni le prospettive per i pazienti in fase avanzata di malattia?

È certamente migliorata l’aspettativa di vita, che rispetto a dieci anni fa risulta raddoppiata, dato estremamente significativo da considerare nel suo complesso. Spesso infatti, “spacchettando” il contributo in termini di vantaggio aggiuntivo portato dai singoli nuovi trattamenti si può restare non particolarmente impressionati. Ma quando questi vantaggi vengono tra di loro sommati, si ottengono benefici importanti. Inoltre, dobbiamo considerare che siamo sempre di fronte a valori medi che, in quanto tali, includono sia i pazienti che purtroppo non hanno registrato benefici significativi, sia pazienti che invece riescono a prolungare la loro vita di molti mesi, se non anni.

Insieme all’aspettativa, è migliorata anche la qualità di vita dei pazienti grazie all’evoluzione delle terapie, che oggi possono essere meglio modulate nel singolo paziente con fasi più “intensive” che possono durare anche solo per pochi mesi. Inoltre, oggi disponiamo di farmaci a bersaglio molecolare quali le terapie anti-EGFR ed i farmaci anti-angiogenetici. Tra quest’ultimi il bevacizumab è risultato un farmaco molto utile nel ritardare la progressione del tumore e che può essere somministrato anche per lunghi periodi di tempo e con una buona tolleranza.

Quali sono gli obiettivi terapeutici per le forme più avanzate?

L’obiettivo dipende dal paziente che abbiamo di fronte e dal suo quadro clinico. In alcuni casi è possibile puntare alla guarigione, anche in presenza di una malattia metastatica: se il tumore in fase avanzata viene giudicato operabile, l’intervento chirurgico, associato a un trattamento medico sistemico allo scopo di eliminare eventuali micro-metastasi, può infatti portare a guarigione il paziente.

Ma anche in pazienti che si presentano inizialmente con metastasi non operabili, siamo in grado oggi con trattamenti intensivi di indurre una regressione della malattia, in modo da rendere possibile un intervento chirurgico successivo: questa è la cosiddetta “terapia di conversione”, che in alcuni casi può portare alla guarigione o comunque a sopravvivenze prolungate.

Negli altri casi, anche quando la guarigione non è purtroppo un obiettivo perseguibile, siamo però in grado di indurre una regressione o stabilizzazione della malattia ritardandone l’evoluzione, e quindi riuscendo a far convivere il paziente con la malattia più a lungo e spesso anche con una buona qualità di vita.

Come sono cambiate le strategie terapeutiche nella gestione del carcinoma del colon-retto in fase metastatica con l’avvento dei farmaci biologici?

Le attuali strategie terapeutiche si basano sull’integrazione di farmaci chemioterapici con i nuovi farmaci biologici ed in alcuni casi con la chirurgia o altri trattamenti locali. Tra i farmaci biologici ricordo il bevacizumab, un anticorpo anti-VEGF, che lega un fattore di crescita per i vasi sanguigni e in questo modo “affama” il tumore, rallentandone la progressione e rendendolo più sensibile alla chemioterapia. Altri tipi di anticorpi vengono utilizzati in pazienti con tumori con caratteristiche bio-molecolari particolari, relative al gene KRAS che non deve essere mutato, e che vengono utilizzati sempre generalmente in combinazione con la chemioterapia, sia inizialmente in casi selezionati, sia dopo fallimento di altri trattamenti. Infine, abbiamo altri farmaci a bersaglio molecolare che hanno dimostrato di recente una buona efficacia nel trattamento di pazienti già sottoposti ad altre terapie nel prolungare il controllo della malattia quali l’aflibercept e il regorafenib e che prevediamo di iniziare a breve ad utilizzare diffusamente nella pratica clinica.

Alberto Sobrero, Responsabile Divisione di Oncologia Medica, Ospedale San Martino di Genova

Che cos’è il carcinoma del colon-retto e quanti sono gli italiani colpiti ogni anno da questa forma di tumore?

Il carcinoma del colon-retto è un tumore che si sviluppa nell’intestino e si caratterizza per la crescita incontrollata di cellule anomale all’interno del colon e del retto. È uno dei tumori più frequenti, che colpisce circa un milione di persone nel mondo e circa 40.000 italiani all’anno. In quasi tutti i casi, si sviluppa inizialmente da piccole escrescenze dette polipi, la maggior parte dei quali non evolve in una forma maligna, ma se cancerizzano danno origine al tumore.

Esistono fattori di rischio collegati allo sviluppo del tumore del colon-retto e comportamenti utili a ridurre il rischio?

Il principale fattore di rischio è l’alimentazione: in India, ad esempio, dove l’alimentazione è basata sui vegetali e sulla frutta, l’incidenza del tumore del colon-retto è molto bassa. Anche in Italia, dove prevale la dieta mediterranea, la diffusione di questo tumore non è tra le più alte nel mondo, mentre in paesi come gli Stati Uniti i casi sono molto più numerosi. Il secondo fattore di rischio è la familiarità: in particolare, il rischio è maggiore nei soggetti che hanno un familiare di primo grado che ha contratto la malattia al di sotto dei 50 anni.

Quali sono i principali sintomi, segnali d’allarme della malattia? È possibile individuare il tumore del colon-retto quando la malattia è ancora negli stadi precoci?

I principali sintomi sono essenzialmente tre: la stipsi, il dolore addominale e la presenza di perdite di sangue nelle feci. La difficoltà nel riconoscere questi sintomi sta nel fatto che tutti e tre sono molto frequenti e molto spesso sono legati a patologie benigne, come ad esempio le emorroidi. Quindi il vero segnale di allarme si ha quando questi tre disturbi sono particolarmente pronunciati o presentano un cambiamento rispetto al passato.

La prevenzione e la diagnosi precoce sono molto importanti nel caso del tumore del colon-retto, grazie all’efficacia della colonscopia che, se effettuata anche solo una volta intorno ai 50 anni, permette di ridurre significativamente la mortalità associata (circa del 70%). Eppure, mentre c’è molta attenzione verso alcuni tipi di test di prevenzione, come la mammografia o il Pap test, si parla invece molto poco della colonscopia, che è uno dei presidi più efficaci che abbiamo a disposizione in medicina.

Come si interviene dopo la diagnosi? Quali sono le attuali opzioni terapeutiche?

Possiamo identificare due scenari. Il primo è quello della malattia localizzata, per la quale è sufficiente l’intervento chirurgico. In questi casi la probabilità di guarigione per il paziente dipende dallo stadio in cui il tumore è stato diagnosticato: se è in stadio 1 (tumore molto localizzato) il paziente ha circa il 95% di chance di guarire, l’80% in stadio 2 e il 65-70% in stadio 3, cioè se i linfonodi locali sono stati intaccati.

Il secondo scenario, che riguarda circa il 25% dei casi, è completamente diverso e molto più drammatico perché il tumore viene diagnosticato in stadio 4 e il paziente presenta metastasi in diverse parti del corpo. In questo caso non si può parlare di guarigione.

Al Congresso Annuale 2012 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), sono stati presentati importanti dati su bevacizumab: i pazienti che continuano il trattamento in prima e seconda linea vivono più a lungo. Cosa significa utilizzare un farmaco in più linee?

I pazienti con tumore del colon retto avanzato, stadio 4, hanno una mediana di sopravvivenza di pochi mesi, che può però raggiungere alcuni anni grazie agli interventi terapeutici attualmente disponibili.

Il trattamento consiste nelle chemioterapie di “prima linea”, ovvero somministrate a pazienti che non hanno mai fatto interventi terapeutici, seguite dalle terapie di “seconda linea”, attivate quando il paziente non beneficia più del farmaco chemioterapico di prima linea.

Da circa otto anni, alla chemioterapia si sono aggiunti i farmaci biologici, tra cui bevacizumab, che agisce arginando la proliferazione dei vasi sanguigni e bloccando il rifornimento di sangue al tumore. L’utilizzo di bevacizumab in aggiunta alla chemioterapia nel trattamento di prima linea ha consentito di aumentare la sopravvivenza dei pazienti con tumore del colon-retto in stadio avanzato. La novità presentata al congresso ASCO 2012 riguarda i benefici dell’utilizzo di bevacizumab anche nella seconda linea di trattamento, dopo che la chemioterapia di prima linea ha fallito.

Grazie a queste nuove evidenze, si può pensare a una ‘cronicizzazione’ del carcinoma del colon-retto? E qual è la sequenza ottimale di farmaci?

Pensando alla ‘cronicizzazione’ del carcinoma del colon-retto, ci riferiamo a quel 25-30% di pazienti che presentano metastasi al momento della diagnosi e a quei pazienti che, pur avendo diagnosticato il tumore in fasi precoci, peggiorano in un arco di tempo che va dai sei mesi ai due anni.

La sequenza ottimale nella somministrazione dei farmaci consiste in un intervento chemioterapico di prima linea in combinazione con un farmaco biologico e un intervento con un farmaco chemioterapico diverso in seconda linea, combinato con lo stesso farmaco biologico. Quando la chemioterapia fallisce, deve essere cambiata, mentre il farmaco biologico viene mantenuto perché continua a rallentare la crescita del tumore, con un ulteriore beneficio di sopravvivenza. Il farmaco biologico, come bevacizumab, è un farmaco irrinunciabile, anche perché al contrario della chemioterapia non presenta effetti collaterali gravi.

Che cosa significa per l’oncologo avere a disposizione una terapia innovativa come bevacizumab e quali sono i benefici per i pazienti?

La disponibilità di un nuovo farmaco che si dimostra efficace, pur non essendo in grado di eradicare completamente il tumore, permette all’oncologo di dare un beneficio al paziente, non solo allungandogli la vita, ma anche migliorandola in termini di qualità. Ad esempio, un paziente che ha dolore e che non respira correttamente, grazie al trattamento con il farmaco biologico può stare significativamente meglio. Infatti, al contrario della chemioterapia, il farmaco biologico ha una tossicità bassissima e non peggiora la qualità di vita del paziente.

Cos’è il tumore del colon-retto?

Il cancro del colon-retto è caratterizzato dalla crescita incontrollata di cellule anomale all’interno del colon e del retto. In quasi tutti i casi, si ritiene che questa forma tumorale si sviluppi inizialmente da piccole escrescenze, dette polipi, che possono formarsi a partire dalla mucosa del colon o del retto. Anche se la maggior parte dei polipi non evolve in una forma maligna, i polipi cancerizzati sono responsabili della maggioranza dei casi di tumore.

Se diagnosticato precocemente, è quasi sempre possibile asportare il polipo maligno; tuttavia, spesso i sintomi iniziali possono essere confusi con quelli di altre patologie e al momento della diagnosi il tumore può essersi già diffuso in altre parti del corpo (metastatizzazione). Quando questo accade, il trattamento della malattia è più difficile e la prognosi peggiora notevolmente.

Prevalenza

• Il tumore del colon-retto è una delle forme di cancro più diffuse al mondo, con oltre 1,2 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno.

• Nonostante i progressi nello screening e nella diagnosi, il tumore del colon-retto rimane uno dei tumori più mortali. Nel mondo, più di 600.000 persone muoiono ogni anno a causa della malattia1.

Fattori di rischio

• Età: più del 90% dei casi viene diagnosticato dopo i 50 anni2.

• Storia personale o familiare di cancro colorettale e/o polipi intestinali2.

• Fattori legati allo stile di vita, fra cui obesità, inattività fisica, fumo, elevato consumo di alcool e una dieta squilibrata2.

Sintomi

Il tumore del colon-retto in stadio iniziale, cioè quando non si è diffuso ai linfonodi e/o in altre parti del corpo, si presenta spesso senza sintomi. Tuttavia, i segni della malattia possono comprendere:

• perdita di peso inspiegabile;

• dolori all’addome o al retto;

• sensazione di evacuazione incompleta;

• cambiamenti delle normali abitudini intestinali (diarrea o stipsi) senza motivo apparente, per un periodo superiore alle sei settimane;

• presenza di sangue nelle feci.

Trattamento del tumore del colon-retto

Le opzioni terapeutiche variano in base allo stadio della malattia, le sue dimensioni, la sede di origine (colon o retto), la diffusione in altre parti del corpo e le condizioni cliniche del paziente.

In generale, le opzioni di trattamento sono:

Per il tumore del colon-retto in stadio iniziale

• Chirurgia: rappresenta la principale opzione terapeutica per i pazienti il cui cancro del colon-retto non si è diffuso in altre parti del corpo (ad esempio nel fegato o nei polmoni).

• Chemioterapia: può seguire o precedere l’intervento chirurgico, al fine di ridurre il rischio di una recidiva locale o a distanza del tumore primitivo.

Per il tumore del colon-retto metastatico

In alcuni casi, la chirurgia può rappresentare un’opzione terapeutica anche per i pazienti il cui cancro si è diffuso ad altre parti del corpo, in particolare al fegato.

• Chemioterapia: ha lo scopo di ridurre i sintomi, migliorare la qualità di vita e prolungare il più a lungo possibile la sopravvivenza. Il trattamento chemioterapico, detto anche “di prima linea” è solitamente utilizzato dopo l’opzione chirurgica. I farmaci chemioterapici possono essere somministrati per via endovenosa (direttamente nel sangue), o per via orale. La chemioterapia può prevedere un solo farmaco, anche se oggi è sempre più frequente la somministrazione di più chemioterapici in combinazione, allo scopo di aumentarne l’efficacia.

• Terapia biologica: costituisce un approccio relativamente nuovo alla cura del cancro. Dette anche terapie mirate (target therapies) hanno un meccanismo d’azione complesso e differenziato: ad esempio, alcune di esse inibiscono vie di trasduzione del segnale che portano alla sopravvivenza cellulare, altre stimolano anche il sistema immunitario dell’organismo; il fine ultimo è comunque quello di inibire la crescita e la diffusione del cancro, modulando specifici processi molecolari e cellulari che partecipano allo sviluppo e alla progressione della patologia. La terapia biologica può includere gli anticorpi monoclonali, i vaccini, le piccole molecole e le terapie genetiche. Poiché sono mirate ai processi specifici del cancro, le terapie biologiche possono essere potenzialmente più efficaci di altre terapie (come la chemioterapia o la radioterapia) e meno tossiche per le cellule sane, non cancerose3. Attualmente esistono diversi tipi di terapia biologica per la cura del tumore del colon-retto in stadio avanzato. Può essere somministrata come monoterapia, o in combinazione con la chemioterapia, sempre considerando lo stadio di malattia e l’indicazione dei diversi farmaci.

Bibliografia

1. Jemal, A. et al. Global Cancer Statistics. CA – A Cancer Journal for Clinicians 2011, 61: 69-90.

2. Garcia M. et al. Global Cancer Facts & Figures. Atlanta, GA: American Cancer Society, 2007.

3. National Cancer Institute. Targeted cancer therapies. http://www.cancer.gov/cancertopics/factsheet/Therapy/targeted (09.12).

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