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Teatro Massimo di Palermo presenta in prima assoluta “Sette storie per lasciare il mondo”

Sette storiePalermo. Giovedì 24 ottobre debutta al Teatro Massimo una novità: l’opera per musica e film di Roberto Andò e Marco Betta “Sette storie per lasciare il mondo” (repliche sino al 27 ottobre – Editore Casa Ricordi, Milano): “un’elegia del sonno e della veglia” diretta da George Pehlivanian con la partecipazione dell’attrice Donatella Finocchiaro, dei soprani Gabriella Costa e Maria Chiara Pavone, dei Fratelli Mancuso (cantanti, compositori e polistrumentisti siciliani, vincitori del premio per la miglior colonna sonora all’ultima Mostra del Cinema di Venezia), del carrettiere Giovanni Di Salvo e del coro di lamentatori “Memento Domini” di Mussomeli.

Il debutto dell’opera sarà preceduto da una serie di eventi collaterali organizzati dal Teatro Massimo con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, i Cantieri Culturali alla Zisa, il Centro Sperimentale di Cinematografia e il Conservatorio “Bellini” di Palermo. Lunedì 21 ottobre alle ore 16:30, al Teatro Massimo (Sala ONU) incontro con gli autori aperto agli studenti; sempre lunedì alle ore 20, alla Sala De Seta dei Cantieri Culturali alla Zisa (ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili) proiezione del film di Roberto Andò con musiche di Marco Betta “Il manoscritto del Principe” (2000), ispirato alla figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e alla scrittura del Gattopardo; martedì 22 e mercoledì 23 (ore 18) al Centro Sperimentale di Cinematografia ai Cantieri Culturali alla Zisa (ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili) saranno invece proiettati quattro documentari girati da Roberto Andò: “Robert Wilson. Memory /Loss. Fragment of a poetic biography” e “Per Webern (1883-1945): vivere è difendere una forma” (22 ottobre), quindi “Il cineasta e il labirinto. Incontro con Francesco Rosi” (23 ottobre). Infine giovedì 24 alle ore 19:30 nella Sala Pompeiana del Teatro Massimo sarà inaugurata – alla presenza dell’autore – la mostra di fotografie di Ferdinando Scianna “Dormono”, fonte iconografica alla quale si sono ispirati gli autori.

Lo scenario di “Sette storie per lasciare il mondo” è tutto siciliano, così come gli autori: un’opera prodotta interamente dal Teatro Massimo che lo stesso Andò definisce ispirata al ciclo di fotografie sul sonno di Ferdinando Scianna (immagini che ritraggono uomini, donne, bambini sprofondati nel sonno e ripresi in vari momenti e luoghi del mondo) che saranno esposte in teatro contemporaneamente allo spettacolo. Alcuni dei dormienti di Scianna si materializzano sulla scena come ricostruzioni tridimensionali o installazioni viventi create da Giovanni Carluccio e disposte su un declivio racchiuso fra i due grandi schermi sui quali avviene – sul proscenio e sullo sfondo – la proiezione delle immagini.

Marco Betta descriveva così la prima versione dell’opera al debutto nel 2006 al Bellini di Catania: “una sinfonia di suoni e voci divisa in un’Ouverture e sette movimenti, preceduti da brevi Interludi affidati al violino e alla viola solisti. Tutta la partitura è costruita come un mosaico intorno ai film e alle apparizioni sonore degli artisti popolari, ultimi reperti di un mondo destinato a sparire del tutto”. “L’opera – spiega Dario Oliveri nel programma di sala – “è una costellazione di sette scene (o storie) scandite da altrettante epigrafi letterarie: ogni episodio è diversamente caratterizzato da un punto di vista compositivo e tende a focalizzare un particolare aspetto del quadro d’insieme. Per quanto riguarda l’organico strumentale, la partitura prevede una normale orchestra sinfonica, con l’aggiunta di voci campionate ed elaborazione del suono in tempo reale. Assai variegato e tendente a raccogliere le suggestioni di un esplicito rapporto fra repertorio colto e popolare, fra musica scritta e d’improvvisazione, appare invece l’organico vocale, che oltre a soprano, voce femminile e coro misto (dietro le quinte) vede anche la presenza di un carrettiere, del Coro delle Confraternite del Venerdì Santo di Mussomeli e di una voce recitante, che si propone sin dall’inizio come una “guida” nel labirinto dell’opera, di cui osserva e commenta – come dall’esterno – i percorsi. Cruciale è infine l’apporto di vari cantori e musicisti della tradizione popolare siciliana e soprattutto dei Fratelli Mancuso, due straordinari cantanti, compositori e polistrumentisti originari di Sutera, in provincia di Caltanissetta, che interagiscono creativamente con la musica di Marco Betta e sono dunque protagonisti di alcuni fra i momenti più intensi ed espressivi dello spettacolo”.

“Di tutte le possibili cronache – sottolinea Andò nell’introduzione al libretto – “quella del sonno è una delle più paradossali, proiettata com’è, non senza un certo stupore, sul nostro consueto, meritato, assentarci dal mondo. Non c’è nulla di più misterioso del volto di una donna o di un uomo che dorme, nulla di più misterioso del patto che ci lega al mondo quando chiudiamo gli occhi. Nulla di più privato e nulla di più pubblico del nostro andirivieni, lento e sfumato, dalla veglia al sonno. Ho voluto mettere in relazione il dormire con il fatto che ogni tanto qualcuno ci ricorda che si può sparire senza lasciare tracce. Una tentazione che il più delle volte rappresenta un giudizio morale, altre volte il desiderio di rinascere. Il fatto che ogni tanto qualcuno sparisca e da assente continui a dialogare con chi resta lo considero, con il sonno, uno dei più attendibili diagrammi morali della Sicilia. Questo è vero sia nel caso si sparisca per scelta, sia che si scompaia inghiottiti da un piano criminoso ordito da persone, o mafie, che agiscono nell’ombra. Probabilmente il sonno è una prova generale di una più definitiva sparizione, o forse è l’esatto contrario, la misura di eternità che ci è stata affidata. Forse sparire è un gesto morale, ma può essere altrettanto attendibile considerarlo una ulteriore declinazione della vigliaccheria. Come d’altronde il sonno”. “Il testo ideato da Roberto Andò – spiega ancora Oliveri – “non può considerarsi un libretto in senso tradizionale, data la rinuncia alla “trama” e la totale assenza di dialogo/recitativo, ma soprattutto per il carattere più che altro evocativo, direi quasi “saggistico” dello spettacolo. Inoltre, l’autore alterna testi originali e frammenti poetici o in prosa di altri autori, muovendosi sulla linea di confine con il teatro di parola e conferendo al suo lavoro il tratto tipicamente post-moderno di un affascinate montaggio o collage di elementi”.

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