giovedì , Ottobre 6 2022

Il Sud è sparito! E da 88 anni Piazza Armerina asservita ad Enna!

sud sparito1E’ sparito il Sud. Così titola con una impressionante copertina il periodico l’Espresso, quello delle grandi inchieste, quello delle rivelazioni più sconvolgenti.
Sottotitolo: “Crollo demografico, fuga dei cervelli, economia immobile, imprenditoria assente. Un terzo del paese è scomparso dalle mappe comprese quelle della politica. Per il Governo è la sfida più difficile.”
Che dire? Vero, sacrosanto, tristemente reale… però.
Quella mappa di un’Italia senza Sud, senza Sicilia, senza Sardegna, non può che far pensare alle responsabilità nostre e loro.
Nostre e loro? Si proprio così, l’abbiamo nascosto per tanto, troppo tempo, la verità è che siamo noi e loro, noi “sudici terroni” lieti di avere l’appannaggio di una civiltà così antica e complicata da non aver più spazio per progredire e loro, pragmatici, inetti, fastidiosi e tetri polentoni incapaci di tutto se non di procedere verso il profitto. Italiani? Tutta fuffa risorgimentale, tutta finzione. Non ci siamo diventati, siamo rimasti diversificati, alla faccia degli sforzi di Canzonissima, delle moine della Carrà e delle acrobazie del Pippo nazionale.
Noi e loro. E noi, ci dividiamo in tanti noi, così il Senatore Bianco, sindaco della Milano del Sud, di una Catania, scomparsa anch’essa dalle mappe dell’Espresso, che dichiara gongolante, siamo noi il motore della Sicilia! Sottintendendo, siamo noi, mica i palermitani! E poi in coro i piazzesi, capitanati dal Sindaco Miroddi, che, portato il vessillo cittadino proprio a Bianco, permette a Murella di dire: “cosa producono loro: niente, da 88 anni siamo asserviti ad Enna”. Si, proprio così. E il “noi” si atomizza, si divide, diventa tale da raggiungere finalmente la giusta dimensione, il ribaltamento, l’annichilimento della pluralità, l’io!
I siciliani non sono un “noi” ma una immensa galassia di quasi sei milioni di stelle, un’isola composta da quasi sei milioni di scogli così distanti tra loro da non vedersi l’uno dall’altro.
La politica romana di tutto questo sta facendo tesoro, le nostre paturnie, le nostre crisi, i voli pindarici verso soluzioni come sempre al limite del possibile, danno agio a Roma per proporre la cancellazione dello Statuto Siciliano. In questi giorni, addirittura, il più antico parlamento europeo, quello assiso a Sala d’Ercole, si è riunito in un fragorosissimo “io”. Una seduta con un solo deputato!
Ora, stare in un plurale è difficile, lo è ancora di più per chi, come il siciliano, è cresciuto in una koiné che prende le mosse dall’individualismo esasperato dell’ellenicità. In questo siamo rimasti più Greci dei Greci. Dall’altro lato dello Jonio, i nostri fratellini hanno imparato a frenare l’individualismo con il panellenismo. Quella necessità di mettere la bandiera biancazzurra in ogni angolo a ricordare che si, Io sono Io ma sono parte di un Noi che è Grecia.
Noi no, noi scompariamo ma siamo “Io”.
Adesso alle colpe tutte nostre aggiungiamo quelle degli altri e vado a ruota con il sottotitolo dell’Espresso: dicono: crollo demografico, fuga dei cervelli, ebbene perché siamo in crollo demografico se non per scelte paradossali e del tutto prive di capacità pianificatrice da parte di decenni di politica romana? Chi ha chiuso l’intero comparto estrattivo degli alcali? Chi è riuscito dopo aver consentito la distruzione delle più belle coste del Mediterraneo a fare della chimica isolana una industria da dismettere? Chi è riuscito a far chiudere la produzione FIAT nello stabilimento più vicino alla sponda nord dell’Africa che, invece, continua a servirsi delle case automobilistiche francesi e asiatiche?
Fuga dei cervelli? E certo, cosa dovrebbero fare i cervelli dei nostri figli in un contesto in cui il cervello deve stare fermo, deve essere asservito alle peggio elucubrazioni di una politica da teatrino? Cosa dovrebbe rendere qui un cervello vero, sano, funzionante, magari curato per la gestione e la conoscenza dei beni Culturali quando chi questi immensi patrimoni è tenuto a gestire non sa neanche comprenderne il valore?
Così la fuga, l’abbandono, l’invecchiamento di una società oggi basata sulle pensioni e sulle rimesse. E chi guadagna da questa fuga se non il grasso Nord, l’opulenta Padania che di quei cervelli fa tesoro da oltre 150 anni. In questi giorni le citazioni del Principe Fabrizio fioccano sui Social Network, il testo di Tomasi di Lampedusa viene citato, usato ed abusato, tant’è che mi viene pure difficile citarlo a mia volta, ma già lì della fuga si parla, dello sfascio della società isolana si delinea il contorno in un triste color tramonto che non è, come pensava Moravia, quello di chi vedeva perire la sua classe agiata da millenni, ma quello dell’intera potenzialità siciliana, naufraga nelle sue stesse onde e poi preda di un Nord, di un Piemonte pragmatico e senza scrupoli.
Ebbene, oggi non ci siamo più, l’ha conclamato L’Espresso, ci hanno cancellati. Noi, i calabresi, i pugliesi, i lucani, i campani, i sardi. Tutti scomparsi, il Don Turi con la coppola e i Pirandello, Sciascia, Camilleri, Quasimodo.
Però, cari altri di questo imperscrutabile plurale, ci siamo ancora per regalarci un MUOS, per permettersi di pensare all’eventuale deposito unico di rifiuti nucleari, per giocarci ancora tanti di quei brutti tiri che a questa “scomparsa” hanno portato.
Mi chiedo quindi, saremo mai capaci di sentirci un plurale? Saremo mai capaci di saper veramente chiedere cose precise, fatti concreti e non fuffa? Saremo mai in grado di avere rappresentatività politica seria e vera? O nuovamente sui barconi dovremo salire noi, tutti i piccoli Io dell’arcipelago?

Giuseppe Maria Amato

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