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Smart working. Ci risiamo?

Smart working. Ci risiamo?

L’impennata dei contagi da COVID non poteva che risvegliare lo strumento del lavoro agile in tutti i settori lavorativi. E infatti, con un emendamento al d.l. 34/2020, approvato dalla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, si sancisce la proroga dello smartworking nella Pubblica Amministrazione: funzionari ed impiegati che svolgono mansioni compatibili con il lavoro da casa, potranno restare in smartworking fino al 31 dicembre 2020. L’emendamento coinvolge attualmente il 50% dei dipendenti pubblici. Ne riparliamo con Massimo Greco.

Ci risiamo con lo svuotamento degli uffici pubblici?

Sì è inevitabile, ma questa volta non si parla di svuotamento ma di presenza negli uffici a macchia di leopardo.

Cioè…

 Potranno svolgere la propria attività lavorativa in modalità remoto, cioè da casa, solo quei dipendenti pubblici le cui prestazioni risultano compatibili con siffatta tipologia di prestazione. Di conseguenza dovranno essere necessariamente esclusi coloro che “a casa” non avrebbero nulla da fare. Il principio è questo e ogni ufficio è nelle condizioni di sapere quali sono le prestazioni lavorative che possono essere erogate in posizione di smart e quelle che non lo possono essere.

Nei mesi scorsi però troppi dipendenti pubblici erano collocati in smart e le lamentele del mondo produttivo si sono sentite…

 Sì è vero, anche nella fase emergenziale del lockdown ci sono stati degli abusi, probabilmente dovuti all’insicurezza dei datori di lavoro a discriminare correttamente il concetto d’indifferibilità della prestazione, ma adesso dovrebbe essere più chiaro, anche perché la Corte dei Conti questa volta non chiuderà gli occhi.

In che senso?

E’ evidente, mettere in smart un dipendente pubblico la cui prestazione non può essere svolta in posizione di smart comporta danno erariale imputabile ai rispettivi datori di lavoro.

Quindi è tutto demandato alle singole pp.aa.

Esattamente. Il principio è comune, ma le modalità applicative variano necessariamente caso per caso. In teoria ogni organizzazione pubblica è nelle condizioni di conoscere le prestazioni dei propri dipendenti e di conseguenza stilare un programma di smart working per coloro che sono in grado di assicurare la rispettiva prestazione rimanendo a casa. In sostanza, ogni ufficio deve essere in grado di assicurare la cura dell’interesse pubblico a cui è preposto senza rischiare rallentamenti dei correlati procedimenti amministrativi.

In alcuni uffici i Dirigenti sono obbligati ad assicurare la presenza…

Questa è una scelta che non trova conforto nella normativa vigente e neanche nella logica perché i dirigenti non sono immunizzati dal potenziale contagio del virus. E poi proprio i dirigenti sono coloro che svolgono funzioni di coordinamento compatibili con una prestazione da remoto.

Chi rischia in caso di contagio di un dipendente?

Il datore di lavoro certamente se non ha concesso a buon ragione l’uso dello smart working al proprio dipendente, ma risponde in solido di colpa grave anche il Responsabile della sicurezza sul lavoro. Una figura fin troppo sottovalutata in questo periodo emergenziale.

 

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