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Enna. La città perduta

Afferma fra Giovanni Cappuccino nella sua Historia di Castrogiovanni che in Città e nel contado esistevano centotrentatre chiese delle quali cinquantadue dedicate alla Madonna sotto titoli diversi.
Siamo agli inizi del Settecento e un dato del genere non deve meravigliare quando si pensi che a Napoli, la capitale del Regno di Napoli e di Sicilia, la città più popolosa d’Italia di quel periodo, di quasi quattrocentomila abitanti, le chiese erano non meno di mille, e a Roma, sede del Papa e città con quasi centomila abitanti, intorno a quattrocento, nel vicino centro feudale di Caltanissetta una ses-santina.
La religione intensamente vissuta e praticata, i pingui beni ecclesiastici, da un quarto a un terzo di tutte le terre, i numerosi ordini monastici facevano sì che queste chiese fossero servite da religiosi, i quali ne traevano i mezzi di vita; non meravigli il gran numero di essi, come ancora non meraviglia il gran numero di docenti delle numerose scuole italiane, spropositate rispetto alle reali esigenze socio-economiche del paese.
Avvenimenti storici, l’unificazione nazionale all’insegna del liberalismo e della massoneria, le leggi eversive contro l’asse ecclesiastico del 1866 (leggi Corleo), la confisca dei patrimoni pingui, che avevano assicurato il sorgere, la manutenzione e la conservazione degli edifici del culto, il dente edace del tempo, tutto ha contribuito ad un naufragio lento ma continuo, che lascia pensosi e sbalorditi nel considerare come il tempo « tutto travolge nell’oblio ».
Sono a noi pervenute tutte le chiese conventuali di Castrogiovanni, tranne quella del Monastero delle Ree Pentite; si sono conservate le chiese delle « Famose Parrocchie di Castrogiovanni », tranne San Giorgio, la cui parrocchia è stata traslata in Sant’Agostino, ex chiesa conventuale, e San Giovanni Battista, crollata per instabilità del terreno (è rimasta solo la torre), la parrocchia è stata trasferita in San Domenico, già chiesa conventuale dei domenicani.
Si è nel vero affermando che le chiese più grandi e più insigni si sono salvate, sono in genere le minori e le piccole che o sono del tutto scomparse o esistono allo stato di rudere o di rovina.
Delle chiese molto piccole si è salvata soltanto San Sebastiano, succursale della parrocchia di San Leonardo e favorita dal processo recente di popolamento della zona circostante; mentre San Giuseppe esiste, il nome è passato alla chiesa di San Benedetto, oggi sede dei Carmelitani Scalzi.
Esiste San Calogero allo stato di rovina, allogata in un torrione propinquo alla non più esistente porta omonima, detta anche di Porto Salvo; e a una certa distanza la Chiesa della Madonna delle Grazie, innalzata a seguito di voto popolare per la pestilenza del 1575.
Sotto Porta Palermo la chiesetta di Kamuth attende di essere tolta dall’oblio e dalla incombente rovina, non fosse altro che per il ricordo di un grande avvenimento storico, d’importanza non solo locale ma anche regionale, la conversione di Ibn Hamud (meglio conosciuto come Kamuth), il potente emiro di Castrogiovanni che per tanti anni si era opposto ai Normanni e che infine si era arreso al Conte Ruggero e quivi ebbe battesimo con tutta la famiglia.
La chiesa dei Santi Pietro e Paolo esiste dietro il Duomo ed è trasformata in magazzino.
Quella di San Giorgio, pur trasformata, s’indovina nella sua struttura ed è intatta nella parte absidale, essa prospetta nella piazza omonima e in via Orfane.
La chiesa di San Giovanni Battista, o meglio le rovine sono state trasformate in Palazzo degli Uffici Municipali.
Di alcune chiese abbiamo il ricordo dei vecchi o traccia in antichi documenti e carte notarili, di altre nella toponomastica di vie e piazze.
Era la chiesa di Santo Stefano in via Tre Palazzi ed esistette sino al 1863, il quadro «II martirio di Santo Stefano» di autore ignoto si trova oggi nella chiesa di San Francesco di Paola.
La Chiesa della Maddalena con annesso Ospizio dei Pellegrini chiudeva la via Grimaldi verso settentrione, allo sbocco sull’attuale Belvedere, in atto lo spazio è occupato da un moderno edificio.
La chiesa di Sant’Orsola era nel luogo dell’attuale ex Albergo Belvedere, ecco perché la gente, che è fedele depositarla del passato, chiama Piano di Sant’Orsola l’attuale Piazza Crispi.
Era ancora esistente agli inizi del secolo XVIII la chiesa del SS. Sacramento presso l’abside del Duomo.
Al Piano delle Case Grandi era famosa la chiesa di Sant’Antonio Abbate, che nelle cronache dei secoli scorsi appare anche sotto il titolo di Sant’Antonio de la Plaza, infatti durante la dominazione spagnola il Piano antistante si chiamava Plaza Mayor, al suo muro si appoggiava sempre il palco in occasione di solenni festività politiche, in genere la celebrazione dell’avvento del nuovo sovrano.
La chiesetta di San Martino era nell’omonimo cortile del Castello di Lombardia, da essa proviene il bassorilievo che sovrasta l’ingresso meridionale del Duomo; altre chiese del Castello erano La Maddalena e San Nicola.
Era la chiesa di San Matteo sottostante al Collegio di Maria, mentre c’era anche la chiesa di Santa Sofia, al cui nome s’intitola una piazza.
Sant’Eligio era nella via omonima, nel rione Popolo; Sant’Onofrio tra le chiese di San Cataldo e di Donna Nuova.
Di tante chiese ci da oggi testimonianza la ancor vigente toponomastica, così ci attestano le vie San Girolamo, Sant’Agrippina, la Chiesuola, si osservano le vestigia nella via omonima; San Cristoforo, tra via Mercato e il Rione Fundrisi; Santa Venera, nella zona di Via Mercato; San Giovannello, nei pressi di Via Fontanagrande; San Luca; Santa Margherita, nella zona della Giudecca; San Nicola era nei pressi di Piazza Sant’Agostino; San Vito in una traversa di Via San Leonardo.
La chiesa della Catena era nella via omonima; San Miceli presso la via San Biagio.
Nell’attuale mercato S. Antonio c’era una chiesa di questo nome.
Alcune chiese sono scomparse di recente, è il caso di Sant’Agata nella via omonima, nella predetta via c’era sino a pochi anni addietro la Chiesa di Santa Croce.
La chiesa di Santa Lucia, tra la Balata e San Tommaso, fu abbattuta per «ampliare» la via Roma, la sua area oggi è occupata dalla Piazza Bovio.
In tal modo con uno zelo degno di miglior causa si è fatta piazza pulita di insigni documenti del passato, che andavano comunque rispettati, qualora neppure il riguardo per la religione fosse stato sufficiente per fermare la mano distruggitrice.
Sino a pochi decenni addietro esistevano alcune delle porte: la massiccia Porta Pisciotto, che sbarrava l’ingresso alla città dalla parte del Torrente Torcicoda, è stata abbattuta alcuni anni dopo l’elevazione della città a capoluogo di provincia.
Nei primi anni di questo secolo sono stati cancellati i ruderi di Porta Palermo ed è stata eliminata Porta Papardura.
Sorgeva il Palazzo Pasquasia al Piano delle Case Grandi e tra le Vie Varisano, Vulture e Grimaldi, fu abbattuto vandalicamente per costruire il Palazzo del Banco di Sicilia, dallo sgraziato stile moderno, incastonato maldestramente in pieno centro storico, parte dell’area costituisce la Piazza Umberto I.
Il Palazzo Grimaldi, tra le Vie Falautano e Grimaldi, prospiciente il Municipio, già Palazzo Ramorsura, ed esempio di dimora signorile del Settecento, è stato vittima della speculazione edilizia ed è stato sostituito da un moderno edificio con portici.
In Piazza 6 Dicembre il Palazzo Rosso ha ceduto il posto ad un moderno edificio con galleria.
Era caratteristico per un cortile e relativo giardino spettrale.
Qua e là per il centro storico al posto di un vecchio edificio abbattuto, o di una porzione di esso, il che è peggio, sorge qualche scampolo di edifìcio dall’aspetto avveniristico, per lo più adibito ad attività commerciali, così è avvenuto nella zona prospiciente la Piazza Balata, lo stesso in pieno Piano di San Francesco (odierna Piazza Vittorio Emanuele).
Si mostra di non capire che l’impianto architettonico e il tessuto viario del centro storico deve rimanere intatto, monumento vivente e irripetibile del passato.
Il nuovo, l’avveniristico deve essere posto nelle zone di nuova espansione, comunque deve sempre rispettare la cornice entro cui è incastonato il centro storico.
Ma anche la storia e la tradizione va rispettata nella toponomastica, che da un secolo a questa parte ha subito un autentico scempio.
Antichi e gloriosi nomi di vie e piazze hanno ceduto il posto a incolori e comuni denominazioni di personaggi ed eventi risorgimentali, anche marginali, e si è dato un calcio a usi e costumi, calpestando i sentimenti del popolo, che si vendica, autentico depositario delle tradizioni, continuando a chiamare vie, piazze e rioni con i nomi consacrati dall’uso e dai secoli.
Non sarebbe male riportare all’antico la toponomastica di alcune zone, anche questa è operazione ecologica, ma ad un livello molto alto, il rispetto della storia, il rispetto delle costumanze locali.
Che cosa si aspetta a restituire il caratteristico nome «II Popolo» alla via Vittorio Emanuele, o chiamare Piano delle Case Grandi la Piazza Umberto I, o ribattezzare Piano di San Francesco la Piazza Vittorio Emanuele?
Sarebbe più bello, più autentico, più siciliano.

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