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Siamo solo se diciamo. 8 marzo 2021

La lingua italiana declina al femminile i ruoli e le professioni svolte da donne, usare la forma maschile è un errore pertanto se a dirigere un’orchestra è una donna si dice direttrice e non direttore. Usare la lingua parlata scorrettamente vuol dire raccontare una realtà scorretta dove gli uomini prevaricano e le donne soccombono o dove le donne occupano abusivamente il posto che da sempre è stato degli uomini quindi è meglio non urlarlo, ma nasconderlo dietro il maschile così come ha fatto Beatrice Venezi a Sanremo. La parità di genere passa dalle parole, non riconoscerlo è ingenuo o irrispettoso e farfugliare di benaltrismo è anche peggio. Pretendere l’uso del femminile è sostanziale altrimenti si reitera nella discriminazione. Oggi, 8 marzo 2021 questa è la battaglia da combattere per smussare anche l’asimmetria semantica che accorda solo al termine maschile autorevolezza e prestigio, ma non al corrispettivo femminile. La lingua manifesta il pensiero e lo condiziona e come ha affermato Giuliana Giusti, docente di glottologia e linguistica a Ca’ Foscari a Venezia: “dato che il linguaggio è un codice inconscio che permea la nostra percezione della realtà dai primi giorni di vita, possiamo immaginare la potenza devastante che potrebbe avere un lessico dove le funzioni alte sono al maschile e le corrispondenti funzioni basse al femminile nella costruzione dell’identità di genere in Italia, un’identità già minata da ogni tipo di linguaggio non verbale”. Se noi donne per prime cominciassimo a riconoscerci con un’identità femminile nel mondo del lavoro e nella definizione delle professioni, avremmo già compiuto un passo in avanti per scardinare, anche attraverso il linguaggio, l’atavica subalternità dei ruoli, perché la lingua non è neutra ed il suo uso non è innocente.

Gabriella Grasso


nella foto: BEATRICE VENEZI

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