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Sulle questioni della “aree interne” bisogna osare di più

Sulle questioni della “aree interne” bisogna osare di più
di Massimo Greco


Nell’ultimo incontro patrocinato dal Forum 2030 per tracciare un ipotesi di programma delle “cose da fare” sulla vessata questione delle aree interne e centrali della Sicilia e su come irrobustire la capacità progettuale dei Comuni in previsione del PNRR, si sono registrati momenti di sconforto e scoraggiamento. Calcisticamente parlando è difettata la fase conclusiva, cioè quella in cui bisogna tradurre in percorsi concreti i ragionamenti fin qui fatti. I diversi attori locali hanno, ancora una volta, tentato di intonare la propria musica pur avendo la consapevolezza di essere sintonizzati su frequenze diverse dagli altri. Sic stantibus rebus, è difficile pretendere una buona musica da un’orchestra sprovvista della regia di un direttore. E qui ritorna prepotentemente il tema di fondo. Non è in discussione la “rappresentatività politica” ma la “rappresentatività istituzionale”. Ciò che manca è l’istituzione di coordinamento, quella che, nel bene e nel male, consentì al territorio della provincia di Enna negli anni ‘90 di utilizzare gli strumenti della programmazione negoziata (patti territoriali, Agenda 2000, ecc..). In attesa di una contro-riforma della legge Delrio, ormai auspicata anche dalla Corte costituzionale, bisogna prendere atto che oggi la “dimensione territorialmente variabile” è quella che domina lo scenario, con buona pace della semplificazione istituzionale e dei meccanismi di responsabilità e di rappresentanza: è questa una sorta di rovescio della medaglia della non più corrispondenza tra rappresentanza degli interessi, fondata su elezione diretta e dimensione territoriale degli interessi, “che spesso nulla hanno più a che fare con i confini dell’autonomia territoriale democraticamente istituita e regolata”. Ed è proprio questo il nodo centrale del ragionamento che stenta a prendere corpo: occorre ripensare i confini istituzionali e della rappresentanza secondo il tradizionale modello di autonomia locale o piuttosto occorre pensare e disegnare l’autonomia in forma diversa, sviluppandone i profili di relazionalità? Il modello istituzionale che può essere utile a spiegare il ruolo dei nuovi enti intermedi nel contesto che si va disegnando è quella del “consorzio di area vasta”, che, secondo l’idea degli urbanisti, dovrebbe rappresentare un territorio complesso ed articolato nel quale si costruisce un sistema di relazioni che tende a redistribuire servizi ed opportunità sull’intero territorio, a prescindere dalle sue caratteristiche fisiche e geografiche, annullando gli effetti storicizzati di contrapposizioni quali città/campagna, montagna/pianura, centro/periferia.
Ecco perché la dimensione provinciale sembra la più idonea a inverare questa idea – guida, questo progetto di solidarietà diffusa tra le aree interne e centrali della Sicilia, che distribuisce opportunità e risorse su tutto il territorio, rendendo esigibili i diritti di cittadinanza. È un’idea “guida” che si fonda sul concetto di “identità in movimento”, sull’essere e sentirsi accomunati dal medesimo destino e sulla conseguente solidarietà, sulla capacità di costruire una comunità capace non solo di produrre ricchezza ma anche di redistribuirla, di rendere tutto il territorio coinvolto “città” e dunque luogo storicamente privilegiato della conoscenza, delle opportunità e, dei diritti.
Facile a enunciarsi come progetto politico, più difficile a concretizzarsi: eppure per arrestare il fenomeno della decrescita in corso nelle nostre aree interne occorrono idee – guida forti, capaci di aggregare consenso intorno a progetti e iniziative di governo dello sviluppo. In tale contesto, che non è, evidentemente, solo quello di riuscire a catturare le risorse finanziarie del PNR e della SNAI, occorre precostituire le condizioni istituzionali e politiche perché un sistema così complesso possa funzionare, magari prendendo spunto dalle esperienze di quelle Regioni a statuto speciale decisamente più illuminate (come il Friuli Venezia Giulia) che, per prime, hanno cominciato a sperimentare questa nuova “ricetta”, attraverso delle nuove forme di aggregazione tra enti “a geometria variabile”, per la gestione in forma associata dei servizi di area vasta.

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