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Anna Vasquez nella libreria Città Aperta di Troina per parlare del suo romanzo “Malacriata”

TROINA. All’incontro con Anna Vasquez nella libreria Città Aperta di Concetta Rundo per parlare del suo romanzo “Malacriata c’era anche un gruppo di lettrici che erano venute a Troina da Nicosia e Sperlinga. Il gruppo di lettura che si riunisce nella libreria per incontrare autori e autrici di romanzi, è composto esclusivamente di donne, anche se ogni tanto si aggregano alcuni uomini. Anche quello con la Vasquez è stato un incontro molto informale con un fitto scambio di argute osservazioni tra autrice e lettrici sul carattere dei protagonisti della storia raccontata nel romanzo. Anche in “Malacriata”, come nei due precedenti romanzi “La quarta finestra” e “Quei passi”, Vasquez prende spunto da un fatto realmente accaduto nel 1924: il processo giudiziario Majorana che per 8 anni coinvolse persone incolpevoli. Di questo processo ne parla Leonardo Sciascia nel libro “La scomparsa di Majorana”. Nell’estate del 1924, nella casa del benestante catanese Antonio Amato, brucia nella culla il suo piccolo figlio. Con sue due sorelle sposate con i due fratelli Giuseppe e Dante Majorana, noti giuristi, Amato e in una feroce lite legale per la spartizione dell’eredità paterna. A averla vinta sono le due sorelle. Circostanza, questa, che fa sorgere il sospetto che ad essere i mandati dell’infanticidio siano stati Dante e Sara Majorana, nonostante la cameriera sedicenne Carmela Gagliardi avesse confessato di essere stata lei a incendiare la culla. La Vasquez ambienta questa storia nel 1935 cambiando nomi e cognome e alcuni dettagli non trascurabili, come il personaggio del cognato accusato di essere il mandante, che viene presentato come un ex deputato socialista inviso ai fascisti al potere. Un processo che si protrasse per anni fino all’immediato secondo dopoguerra. Oltre che per la sottile descrizione dei personaggi sotto il duplice aspetto sociale e psicologico, il romanzo della Vasquez si segnala per aver messo in guardia dall’uso politico della giustizia e dal rischio di usare, nei processi giudiziari per la ricerca della verità, stereotipi (una ragazza è per definizione innocente per la sua giovane età) e non prove documentali.
Silvano Privitera

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