lunedì , Maggio 17 2021

Museo Archeologico Regionale di Aidone – Venere di Morgantina

Aidone. La sede museale è l’ex Convento dei Padri Cappuccini, realizzato tra il 1611 ed il 1613. L’impianto architettonico originario, comprendente anche la chiesa dedicata a San Francesco, è stato oggetto di intervento di restauro. Nel 1984, vi fu inaugurata la sede museale.
Il complesso conventuale, con la sua architettura severa e le sue forme chiuse, domina il colle orientale.

 La chiesa di San Francesco
conserva pregevoli opere d’arte: un Ecce Homo, nella tradizione di Fra Umile da Petralia e una madonna con Bambino in terracotta entrambi collocati nella cappella prossima all’ingresso. Scenograficamente notevole è la struttura architettonica che corona l’ altare risalente al XVII secolo.

Partendo dal basso: l’originalissimo paliotto in cuoio dipinto con fondo giallo oro scuro e medaglione centrale, dalla curiosa forma a cassa di violino, in cui è ritratto San Giovanni Evangelista che tiene tra le mani l’Apocalisse e che ha ai suoi piedi l’aquila, simbolo del Santo. Il ciborio in legno, svettante in una architettura basilicale, ha la porticina del Sacramento dipinta con l’immagine di Gesù. Il trittico che corona l’altare con le scenografiche strutture in tromp l’oeil rappresenta nel pannello centrale, molto più grande, la Sacra Famiglia al momento della nascita di Gesù; il pannello a destra di chi entra, rappresenta Sant’Antonio di Padova e quello a destra molto probabilmente il capuccino San Lorenzo di Brindisi. Le opere rivelano un gusto popolare e gradevole nell’insieme, la povertà dei materiali è coerente al messaggio e all’intento educativo dei Francescani e dei cappuccini, in modo particolare; in ogni caso questa chiesa non fu danneggiata dal devastante terremoto del 1693.
Si accede al museo dalla chiesa di San Francesco la cui navata è in parte utilizzata come sala per conferenze. Dalla stessa attraverso una rampa di scala si raggiunge la cripta, dalle pareti interamente ricoperte da avelli (nicchie) tombali.
Il museo illustra la storia di Morgantina dall’età del bronzo all’età romano-repubblicana.
I reperti sono esposti nelle sale del convento, al piano terra e al primo piano; la fruizione e comprensione è agevolata dalla presenza di carte topografiche, fotografie e pannelli esplicativi.
 
Le collezioni
La raccolta dei materiali esposti proviene dagli scavi condotti, ininterrottamente a partire dagli anni ‘50, dalla Missione Americana delle Università di Princeton e Virginia e dalle Soprintendenze di Siracusa, Agrigento ed Enna. L’ordinamento segue un ordine prevalentemente cronologico e dove è possibile tematico.

La nuova ala
L’edificio museale si è arricchito di una intera ala che ha un’area superiore, per ampiezza, a tutto il precedente settore espositivo del piano terra. La nuova ala comprende la sala della Dea, nella quale la meravigliosa statua, restituita dal Getty, incombe in tutta la sua grandiosità e sacralità. Essa è stata completata con altri arredi e reperti (pochi a dire il vero, quasi a non volere disturbare la sua centralità): un’altra statua calcarea acrolitica e ad una statuetta di terracotta nella quale sono ben visibili gli attributi della dea, entrambe preziose per le informazione che ci offrono sulla tecnica e l’iconografia della nostra; in una vetrinetta sono esposti dei busti di Persefone, che ci raccontano quanto fosse esteso e capillare il culto di Demetra e Kore a Morgantina, e alcuni frammenti della statua stessa restituiti da Getty: due dita del piede mancante, l’altra mano priva di braccio, entrambi in marmo pario, e alcuni frammenti del panneggio.
La seconda sala è dedicata all’architettura tipica di Morgantina e ci riserva una bella sorpresa: l’elegante edicola, proveniente dalla Fontana Monumentale dell’agorà di Morgantina, che doveva stare sul bacino e reggere il tetto dello stoà tetrastilo; chi visita l’agorà di Morgantina da sempre resta affascinato dal sistema idraulico della Grande Fontana, non riuscendo a immaginarne la monumentalità; la ricostruzione del colonnato dell’edicola, che sovrastava la vasca centrale, ci permette di immaginarne la bellezza e la grandiosità, nonché la sua contestualizzazione lungo il colonnato dello stoà est; si sono salvati tre grandi frammenti del colonnato dorico che era sormontato dalla cornice ionica, una commistione di stili che rendeva l’insieme più leggero ed elegante.
Nella terza stanza sono esposti una parte dei reperti provenienti dall’edificio termale di contrada Agnese, uno dei siti più interessanti di Morgantina, di cui qualche anno fa è stato completato lo scavo e la copertura. L’edificio è uno dei pochissimi conservati di epoca greca ellenistica – la maggior parte di edifici termali conosciuti sono di epoca romana – e presenta un’originale copertura a botte (sulle piscine), e a cupola (nella sala centrale), ottenuta con tubuli fittili ad incastro e poi intonacata e affrescata.
Nell’ultima, la quarta sala ci sono i magnifici Argenti di Eupolemo, il tesoro di sedici pezzi di argento a decorazione in lamina d’oro risalente al quarto-terzo a.C., splendido esempio della rinomata arte orafa siracusana.
Dopo questo primo lavoro di ampliamento e restauro, forse finalmente si metterà mano ad un recupero totale ed ad un ampliamento esterno, per farne un Museo moderno ed accogliente, un centro di diffusione della cultura e della ricerca archeologica e, perché no, di arte del restauro.

Le vecchie sale

Piano terra
sala 1. Sale introduttive con pannelli documentari e vista sul chiostro
sala 2. Materiali provenienti dagli insediamenti preistorici e protostorici di contrada San Francesco Bisconti e Cittadella
sala 3. Sala degli agli Acroliti di Demetra e Kore e del Santuario di contrada san Francesco Bisconti dedicato alle dee
sala 4.5.6.7. Le nuove sale, (ala nuova) dedicate alla Venere, agli elementi architettonici appartenenti alla Fontana Monumentale dell’Agorà di Morgantina, all’edificio termale di Contrada Agnese e agli Argenti

Primo Piano

sala 8. Reperti provenienti dall’insediamento della Cittadella: la Morgantina dell’età greca arcaica. Sono presenti molti pezzi di vasellame che ci testimoniano l’ottimo livello di integrazione che la comunità sicula indigena aveva raggiunto con quella greca dei colonizzatori.
Corridoio e saletta: materiali provenienti dall’acropoli arcaica (anche parti del tetto del Tempio) e dall’edificio termale di Contrada Agnese
sala 9. La città ellenistico-romana: l’abitato di Serra Orlando, i santuari, le necropoli.

Gli Acroliti delle dee

Guarda il video: Sicilia: Morgantina Aidone. Il ritorno delle Dee (Acroliti)
Gli Acroliti di Morgantina risalgono al 530 a.C., sono il più antico esempio conosciuto di tecnica acrolitica, ma anche uno dei più raffinati esempi di scultura greca di influsso insulare. La tecnica acrolitica consisteva nell’accompagnare a statue di materiale povero (pietra o legno), testa, mani e piedi in materiali più pregiati come il marmo. I frammenti, due teste, tre mani e tre piedi, attribuiti a statue di Demetra e Persefone, di dimensioni poco più grandi del naturale, rappresentano le divinità in posizione seduta, frontale e affiancate. Il sito di provenienza è stato identificato nella contrada di San Francesco Bisconti, dove si trova un complesso di sacelli allineati e distribuiti su tre livelli di terrazze. Dopo una storia rocambolesca la restituzione al Museo di Aidone è avvenuta il 13 dicembre 2010. Oggi sono esposti con un allestimento tendente a suscitare l’emozione dell’epifania della divinità.
L’eco della scoperta ad Aidone
Nell’estate del 1979, cominciò a circolare in Aidone la notizia di una singolare scoperta: una serie di elementi di sculture in marmo – due teste con alcune mani e piedi – sarebbero state trovate da scavatori clandestini in contrada S. Francesco Bisconti. Iniziati gli scavi in autunno non ci furono riscontri del rinvenimento ma si scoprirono le prime strutture di un grande santuario dedicato a Demetra.
La vendita clandestina e il rinvenimento negli USA
Qualche anno più tardi, a New York, fra gli appassionati di arte antica si diffuse la notizia dell’acquisto, da parte di un collezionista non identificato, di elementi di statue in marmo di età arcaica.
Fu un membro della missione archeologica americana di Morgantina, nel 1986, a identificare le sculture, anche grazie alla testimonianza di chi le aveva viste ad Aidone subito dopo il rinvenimento: erano esposte, in prestito da parte del collezionista che le aveva acquistate, al Paul Getty Museum di Malibu, in California. Le fotografie inviate dallo studioso a Malcolm Bell, direttore della missione americana di Morgantina, permisero per la prima volta il riconoscimento dell’età (VI a.C.) e dello stile dei pezzi e la loro attribuzione a statue di Demetra e Kore.
Le indagini in Italia
La consegna, nel 1987, delle fotografie da parte di Malcolm Bell al Soprintendente di Agrigento, Graziella Fiorentini, consentì l’avvio delle indagini. Dopo la denuncia della Procura di Enna, nell’estate del 1988, che segnalava la presenza delle statue trafugate da Morgantina al Paul Getty Museum, queste furono in fretta restituite al collezionista di New York, ancora non identificato.
Tra il 1988 e il 1989, le indagini del Procuratore di Enna, Silvio Raffiotta, riuscirono ad identificare i testimoni che avevano visto le sculture subito dopo lo scavo, gli intermediari che le avevano trattate sul mercato clandestino, l’antiquario di Londra, Robin Symes, che le aveva vendute e il collezionista miliardario Maurice Tempelsman, noto anche per essere stato l’ultimo compagno di Jacqueline Kennedy Onassis.


La donazione alla Virginia University e le trattative del Ministero
Nessun esito, tuttavia, sortirono le trattative condotte dal Ministero dei Beni Culturali con l’attiva partecipazione del Comitato Interministeriale per la Restituzione delle Opere d’Arte; ma nel 2002, Maurice Tempelsman ha donato le sculture al Bayly Art Museum dell’Università della Virginia, vincolando il lascito al rispetto di due condizioni: l’assenza di pubblicità sulla donazione e sul nome del donatore e il divieto di restituire le opere all’Italia prima di cinque anni. All’inizio del 2008, decorso il periodo imposto dal donatore, l’Università della Virginia, dopo il primo e unico convegno dedicato alla presentazione delle sculture, ne ha curato la restituzione all’Italia.

Gli Argenti di Eupolemo
Guarda il video: Sicilia: Morgantina Aidone. Il ritorno degli argenti di Eupolemo
Grandi storici come Polibio e Livio raccontano di preziose opere di oreficeria ed argenteria che abbelliscono le case e le mense siracusane sotto Ierone II (275-215 a.C.). Poche opere come il tesoro di Morgantina possono testimoniare la veridicità di quei racconti, i motivi stilistici ed iconografici hanno convinto gli studiosi che gli argenti di Morgantina sono appunto opera di artigiani siracusani del periodo ieroniano, della seconda metà del III sec. a.C.
Il tesoro degli Argenti di Morgantina comprende sedici oggetti di argento dorato, il numero sedici si raggiunge con la somma di alcuni oggetti che comprendono più elementi. Sono di produzione e cronologia diversi, acquistati forse, quasi con modalità collezionistiche, in tempi e modi vari. Nove oggetti sembrano destinati al simposio: due grandi coppe (mastoi) con i piedi a forma di maschere teatrali dove si mescolava il vino con l’acqua e aromi vari, la brocchetta (olpe) e l’attingitoio (kyathos) per servirlo e le quattro coppe, di cui tre con il medaglione sul fondo e una con decorazione a reticolo, e la tazza a due anse, per berlo. Quattro degli oggetti hanno certamente una funzione sacra, come testimonierebbe la presenza di dediche votive. Sono: il piatto ombelicato (Phiale mesomphalos), che probabilmente serviva per versare liquidi durante i sacrifici, il piccolo altare (bomiskos) decorato con ghirlande e bucrani, che si usava per bruciare i profumi ed infine le pissidi, di cui una con coperchio decorato con un Amorino (Erote), e l’altra con figura femminile che regge una cornucopia, che servivano a contenere essenze ed unguenti. I due corni bovini, che furono utili al professore Bell per il riconoscimento, potrebbero far parte di un elmo da parata. Infine c’è il pezzo forse più bello e perfetto, il medaglione con la raffigurazione di Scilla, appartenenete forse ad un piatto o ad una coppa. La presenza di Scilla, il mostro marino descritto da Omero nell’Odissea, nel fondo di una coppa per bere, è stata interpretata quasi come un avvertimento minaccioso sui rischi cui si va incontro bevendo tanto vino; la ninfa, terribile nelle sue estremità trasformate in teste di cani feroci e nei serpenti che avvolgono il suo busto che però rimane di una donna bellissima, è rappresentata mentre scaglia un macigno contro il bevitore.
Tutti i pezzi presentano decorazioni vegetali e figurate, raffinate e curate nei dettagli, esse sono ottenute attraverso la lavorazione a sbalzo, la martellatura avveniva dal retro sull’oggetto appoggiato sulla pece; i dettagli venivano realizzati a cesello. La doratura era fatta con la foglia d’oro che si scioglieva col calore sul decoro ricoperto prima di mercurio. Sono presenti molte iscrizioni in lingua greca, ottenute per puntinatura e incisione, si tratta di dediche votive, di indicazioni sulla proprietà e sul valore ponderale, su almeno tre oggetti sono presenti notazioni del peso, con lettere e segni secondo un sistema ponderale tipico della Sicilia e della stessa Morgantina, un’ulteriore elemento a supporto dell’identificazione del luogo di provenienza del Tesoro.

La Venere
La statua di dea, comunemente chiamata di Venere di Malibù, dalla città californiana ove ha sede il museo Paul Getty che la ha ospitata dal 1988, o Venere di Morgantina dalla zona archeologica dove qualche anno prima i tombaroli l’avevano trovata, è alta 230 centimetri e rappresenta una divinità in posizione stante, ma, nel contempo, in un atteggiamento dinamico che le fa riempire di sé tutto lo spazio circostante. È una scultura acrolitica, o meglio pseudoacrolitica; il busto è scolpito in pietra calcarea, la testa, le mani e i piedi, invece, in fine marmo greco, forse marmo pario (nella tecnica puramente acrolitica sono invece le due teste, tre mani e tre piedi, delle statue di Demetra e Persefone, che i tombaroli trafugarono dal santuario di san Francesco Bisconti e che l’anno scorso sono state restituite al Museo di Aidone; il corpo era probabilmente in legno, o in altro materiale meno nobile, e poi riccamente vestito). Secondo il professore Clemente Marconi “malgrado lo smembramento, la dea resta uno splendido originale, uno dei migliori che si siano conservati della scultura greca classica dell’ultimo trentennio del V secolo”; l’artista, pur avendo realizzato l’opera in Sicilia, come ha dimostrato l’analisi petrografica, trasse ispirazione dalla scultura attica di scuola fidiaca che si sviluppò, tra il 420 e il 410 a.C., in Atene. Se ci sono abbastanza certezze rispetto all’epoca di produzione ed è possibile quindi procedere ad uno studio comparato con esemplari della statuaria contemporanea greca e siceliota, resta molta incertezza circa l’identificazione con una precisa divinità: Afrodite-Venere? Demetra-Cerere? Persefone-Proserpina?
LA QUESTIONE DELL’IDENTIFICAZIONE: AFRODITE? PERSEFONE? DEMETRA?
Agli scavatori clandestini oltre ai delitti del trafugamento, dello smembramento del capolavoro al fine di occultarlo e trasportarlo, va imputato anche quello gravissimo di averci privato della possibilità di studiare sul sito uno dei massimi capolavori della scultura classica greca in Sicilia. L’ impossibilità di poter studiare il reperto nel suo ambiente naturale, la mancanza di quegli attributi (es. la fiaccola, la phiale, la Nike) che in genere accompagnano le statue delle divinità nel loro ritrovamento, hanno reso difficile, se non impossibile, l’identificazione che quindi si può basare principalmente sulle caratteristiche fisiche e sul costume indossato dalla dea. Infatti, la presenza del chitone e dell’imation, peculiari nella rappresentazione statuaria di Afrodite, avevano fatto propendere per questa ipotesi, al punto che l’appellativo di Venere o Afrodite è divenuto ormai emblematico della dea e della complessa vicenda del ritrovamento e della restituzione. Da parte degli studiosi di iconografia si è fatto però notare che nella nostra statua la spalla è coperta; in genere, infatti, le statue di Venere presentano la spalla o addirittura il seno scoperto, evocante la sensualità propria della dea dell’amore.
Il professore Antonio Giuliano in un ormai famoso e suggestivo articolo dal titolo “Signum Cereris” (1993) propende per l’identificazione con Demetra, il cui culto era molto praticato in tutta la Sicilia e nell’ennese in particolare. A supporto della sua tesi porta due prove di grande interesse: a) la testimonianza di Cicerone che, nelle Verrine, descrive la statua marmorea di Demetra-Cerere, “bellissima e molto grande”, che aveva visto ad Enna, e che stava davanti al tempio di Cerere in un luogo aperto e spazioso; b) la divinità rappresentata in alcune monete ellenistiche di bronzo, provenienti da Enna ma conservate a Berlino, in cui la dea è vestita di una lunga tunica (chitone) ricoperta dall’imation (mantello) mentre sorregge in una mano una Nike e nell’altra una fiaccola. La fiaccola e la Nike sono attributi di Cerere, ma nella iconografia classica la dea delle messi veniva distinta dalla figlia Persefone attraverso l’abbigliamento: a lei era attribuito il peplo e l’imation alla figlia il chitone e l’imation.
Clemente Marconi propende, invece, per l’identificazione con Persefone, la giovane figlia di Demetra, rapita da Plutone dio dell’Ade mentre passeggiava sulle sponde del lago di Pergusa, cercata a lungo e disperatamente dalla madre e infine destinata a trascorrere metà dell’anno con il marito sottoterra e gli altri sei mesi con la madre sulla terra. Ne sono testimonianza, oltre all’abbigliamento, i tratti giovanili e delicati del volto, la forma della mano e la posizione delle dita che non potrebbero stringere una fiaccola o sorreggere la statuetta della Nike (attributi di Demetra), ma potrebbero benissimo tenere in mano la phiale (la patera che si usava per le libagioni) con cui Proserpina veniva spesso rappresentata nell’atto di libare. Ma oggi, chiunque essa sia, la ammireremo per la sua oggettiva bellezza; in questi anni ha attratto nel museo americano milioni e milioni di visitatori, speriamo solo che la sua fortuna continui e che la sua fama sfiori anche i luoghi da cui è partita e in cui sta facendo ritorno.
Cronologia degli eventi che hanno segnato la partenza ed il ritorno della Venere:
1977. Un gruppo di tombaroli scoprono nella contrada San Francesco Bisconti, alle spalle della città ellenistica di Morgantina, in un’area sacra, una statua di rara bellezza; cominciano a cercare dei compratori, una operazione non facile data l’importanza a le dimensioni della statua.
1987-1988. La statua, spezzata in tre parti, dopo un viaggio rocambolesco, viene venduta al Paul Getty Museum di Malibù in California per 20 milioni di dollari (all’epoca circa trenta miliardi di lire).
1988. Da una segnalazione al comando dei Carabinieri fatta della Soprintendenza di Agrigento, allora competente per Morgantina, parte l’indagine internazionale che porterà al ritrovamento della statua al museo di Malibù e di tutta una serie pregiati reperti sparpagliati in molti musei americani o nelle mani di ricchi collezionisti
1994-1996. Dalla scuola media di Aidone parte una campagna di sensibilizzazione per la restituzione dei reperti dall’America, a partire dagli Acroliti ( in possesso del miliardario marito di Jaqueline Kennedy, Maurice Templessman), per arrivare agli Argenti (riconosciuti nel Museo Metropolitan di NewYork da uno studioso americano, il prof. Bell che da anni conduceva a Morgantina campagne di scavi e aveva sentito parlare da molti aidonesi del favoloso ritrovamento di 15 preziosissimi pezzi di argento tra i quali c’erano anche due corna di elmo) e poi alla Venere.
1992-2006. Comincia una intensa attività diplomatica e parallelamente una attività investigativa da parte dei carabinieri del Reparto Carabinieri tutela patrimonio artistico, che sul suo cammino incontra non poche difficoltà
17 dicembre 2006. Per spingere l’America a prendere posizione circa le restituzioni e attirare l’attenzione dei media nazionali ed internazionali, l’Assessorato regionale ai Beni culturali e Ambientali, il Comune di Aidone, la provincia regionale di Enna promuovono la manifestazione “Tutti in piazza per la Venere”, che si tiene in Aidone il 17 dicembre e vede il consenso del ministro Rutelli e la partecipazione della Commissione Antimafia, del FAI, del WWF, di Legambiente; giunge perfino un importante messaggio dell’ambasciatore americano Spogli, in cui si sottolinea “l’efficacia degli accordi bilaterali” tra il suo governo e quello italiano, sanciti nel memorandum di intesa siglato originariamente nel 2001 e riconfermato nel 2006, che avevano migliorato la collaborazione tra Italia e USA per contrastare il commercio illegale di opere d’arte.
Febbraio 2007. Al Salone Margherita a Roma l’Archeoclub nazionale, in occasione del 35° anniversario della sua istituzione, alla presenza di rappresentanti del club aidonese e dll’amministrazione comunale, impegna tutti i club nazionali a trattare della necessità del rientro della Venere ad Aidone e promuove con la sede locale una raccolta di firme che riscuoterà un notevole interesse.
02/08/2007. Finalmente viene raggiunto l’accordo tra il ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli, e il direttore del Paul Getty Museum, Michael Brand, sul rientro di alcune opere in Italia, tra cui (ma solo fra tre anni) la Venere di Morgantina, la “Statua di culto di una dea”, come la chiamano prudentemente. Nel dettaglio, il Getty trasferirà quaranta oggetti all’ Italia, inclusa la ‘Venere” siciliana. Tecnici italiani e del Getty Museum definiranno un calendario per il trasferimento degli oggetti entro i prossimi mesi, con l’ eccezione della ‘Venere che rimarrà al Getty fino al 2010. Il ministro giustifica il ritardo nella consegna della Venere dovuto al fatto che il Getty aveva già in calendario delle mostre incentrate sulla statua, sul fatto che la legislazione siciliana ha bisogno di più tempo e sul fatto che Aidone è del tutto impreparata e un prolungamento non le può fare che bene!
Autunno 2009. Mano a mano che si avvicina la data di rientro della Venere e si prepara la manifestazione per il rientro degli Acroliti (13 dicembre 2009) cominciano a crescere paure e scetrìticismo sul rientro della Venere. Si teme soprattutto che il fatto che ancora non si sia fatto nulla per l’accoglienza ne pregiudichi la venuta, convincendo chi deve decidere a dirottarla in altra sede.
13 dicembre 2009. Inaugurazione degli acroliti al Museo di Aidone, Lombardo prima di tutti, poi Leanza e Strano rassicurano la popolazione aidonese che nel suo viaggio di ritorno la Venere non sarà dirottata neppure al Quirinale, se Napolitano vuole vederla venga in Aidone dove la statua sarà esposta fin dal primo giorno!!!! Spergiurano e si impegnano in tutti i modi sulla stampa, nelle interviste, nei discorsi inaugurali
27 gennaio 2010. Definiti gli accordi per il rientro in Sicilia dagli Usa, previsto nel gennaio del prossimo anno, della Venere di Morgantina. In arrivo anche una preziosa collezione di argenti antichi che era stata trafugata nel 1980, sempre nell’area archeologica di Morgantina. Questo il tema dell’incontro a Roma tra l’assessore regionale ai Beni culturali, Gaetano Armao, e il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero dei Beni culturali, Mario Resca
2010. Fin dalla conferma della nuova data di arrivo comincia un estenuante balletto per la collocazione della Venere, vi partecipano tutti, da Sgarbi ai tecnici dei BB.CC. ai vari livelli, alle due agenzie che vengono incaricate di un piano strategico: La Civita, incaricata dalla Provincia regionale e l’Università Kore di Enna su invito del Comune.
Appare ovunque l’ipotesi di attrezzare a sala Museo la chiesa di San Domenico di proprietà del FEC, entra in campo anche la Prefettura che si fa garante dell’affidamento di San Domenico, si moltiplicano le riunioni, a Palermo, a Enna, ad Aidone. Vengono stanziati più di un milione di euro dai fondi del lotto e tutto comincia a sembrare fattibile, facile, una opportunità meravigliosa per la popolazione che si riapproprierebbe della chiesa, la disponibilità di una cifra che permetterebbe anche qualche intervento stradale e mirato al decoro urbano e….sogna, sogna, sogna. Ma non parte nulla, anzi si fa un passo avanti e due indietro…..
Giugno 2010. Un gruppo di associazioni cominciano a fare pressioni perché si prepari in ogni caso il Museo, sotto le pressioni anche dei gruppi politici dell’opposizione e della soprintendenza il Comune riesce a mettere a disposizione la cifra di € 35.000, per il restauro del Museo. A settembre all’interno di un tavolo tecnico alla regione vengono sottoscritte da parte di tutti gli intervenuti dei protocolli di intesa sul rientro e sul fatto che, forse in attesa dei lavori per san Domenico che, viene assicurato saranno pronti i primi di aprile, ma poi la “festa” sarà in Aidone.
Da settembre a fine novembre 2010. Ricomincia un’altro braccio di ferro tra Aidone e la Regione Sicilia: di fronte all’intenzione dell’Assessorato ai BB.CC. di lasciare per qualche mese la Venere a Palermo, seppure nelle casse e ancora in pezzi (?), per esporla al palazzo dei Normanni, in attesa del restauro della ex chiesa di san Domenico, comincia un movimento di protesta che vede in testa Aidone che acquista via via la solidarietà dei comuni vicini, della Provincia regionale, della deputazione provinciale all’ARS e di alcune commissioni della stessa Ars. È decisiva la dichiarazione dei dirigenti del Paul Getty che intendono montare una sola volta ed in maniera definitiva la statua una volta arrivata in Sicilia, per poterla consegnare secondo i protocolli stipulati. Viene abbandonata definitivamente l’intenzione di utilizzare la chiesa di San Domenico a favore del Museo, quest’ultima soluzione riscuote anche l’approvazione dei tecnici americani. Alla fine di novembre viene firmato il decreto per la sistemazione definitiva della Statua ad Aidone nella sede museale.
17 marzo 2011. La Statua della dea giunge all’aeroporto di Roma proveniente da Los Angeles; il 19 alle 10 del mattino il Tir che trasporta le casse con le tre parti in cui la statua è divisa, quella dei frammenti e le altre tre contenenti il piedistallo antisismico, approdano sulla piazzetta antistante il Museo e finalmente si compie la lunga odissea: dopo 33 anni dal suo ritrovamento la dea trova finalmente la sua casa dove verrà esposta insieme agli altri oggetti coevi che forse l’avevano accompagnato nella sua prima vita, quando maestosa sembrava incedere incontro ai suoi fedeli.
17 maggio 2011. Arriva il gran giorno, alla presenza della autorità politiche nazionali – il Ministro Galan, il consigliere del Presidente della Repubblica Godart, Francesco Rutelli- regionali -Il presidente Lombardo, l’assessore Missineo e altri assessori e deputati regionali- provinciali e dei comuni viciniori, militari e religiose, viene inaugurata l’esposizione permanente di quella che ormai viene chiamata semplicemente la Dea di Morgantina nei nuovi locali del Museo Archeologico regionale di Aidone. Da quel momento è iniziato un flusso costante di visitatori che in un sol colpo possono vedere tutti e tre i tesori di Morgantina nella cornice suggestiva del Museo Archeologico.
a cura di Franca Ciantia

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Afrodite di Morgantina: traffico illecito e recupero reperti archeologici

Un esempio di traffico illecito e recupero di reperti archeologici: l’Afrodite di Morgantina ad Aidone. Stralcio della conferenza tenuta presso la Fidapa di Sciacca il 30 maggio 2009 dal Colonnello Vito Andrea Iannizzotto (nella foto del ‘92 con la moglie a Malibù mentre ammirano la Venere di Morgantina), comandante del Reparto Carabinieri tutela patrimonio artistico (ora culturale) e poi come funzionario analista della DIA. L’intera vicenda è meglio illustrata in un libro dal titolo Beni culturali e criminalità organizzata, scritto dallo stesso Colonnello, che ricorda ancora i tanti contatti con l’ex primo cittadino di Aidone, Filippo Curia.

Introduzione: gli interessi mafiosi sui beni culturali
Dico una cosa forse nota a tutti nell’affermare che il traffico internazionale di opere d’arte – e quindi anche dei reperti archeologici – è secondo solo a quello della droga e delle armi ad opera delle consorterie mafiose.
Ma quando alla fine del ’93 azzardai per la prima volta tale affermazione parlando con l’allora Procuratore Nazionale Antimafia, l’esclamazione che ne seguì fu: “Da quando in qua i mafiosi si interessano di cultura?!”.

Eravamo all’indomani delle stragi, definite “terroristico-mafiose”, messe a segno fra maggio e luglio di quell’anno, con numerose vittime, da “cosa nostra” siciliana in danno di importanti strutture culturali.
Ricordiamo in particolare il crollo di un’ala della Torre dei Pulci, a Firenze, sede dell’Accademia dei Georgofili, e quelli di Roma nell’entrata laterale della Basilica di San Giovanni in Laterano e nella chiesa di San Giorgio al Velabro; ma il primo obiettivo, fallito per un banale contrattempo, doveva essere la Torre di Pisa.
Si discuteva sul perché fossero stati scelti obiettivi con valenza culturale ed io formulai l’ipotesi che essi erano stati utilizzati come pressione verso lo Stato per ottenere l’abolizione della norma “del carcere duro per i mafiosi” (meglio conosciuta come “41 bis”), di recente introdotta nell’Ordinamento penitenziario.
I fatti poi mi diedero ragione!

Ho citato questo episodio per dire come a metà degli anni ’90 a livello nazionale non ci fosse ancora coscienza dell’enorme interesse delle consorterie mafiose sui beni culturali sia come mezzo di pressione verso lo Stato per ottenere vantaggi, come nel caso citato, e sia come business per costituire “beni rifugio” o come mezzo di scambio per altre attività illecite oppure per investimento, mediante riciclaggio, in attività imprenditoriali.

Mi soffermerei su alcuni aspetti particolari riguardanti varie forme di aggressione al patrimonio culturale – e non solo da parte dei mafiosi – ed anche sui meandri del mercato illecito internazionale, con particolare riguardo ai reperti archeologici (terrestri e subacquei).
Mi limito solo a ricordare – usando una espressione più volte ripetuta – che l’Italia ha ereditato dal passato i segni lasciati dalle grandi civiltà che abitarono la penisola e dalle innumerevoli dominazioni.
In varie epoche, il territorio è stato trasformato in un immenso museo con la più alta densità di beni culturali per chilometro quadrato nel mondo, in parte a cielo aperto e per la massima parte ancora sommersi e quindi sconosciuti.
È questo il mondo in cui operano i “tombaroli”, che distruggono le vestigia ed il contesto storico, danneggiano in modo irreparabile la composizione del sito, disperdono una parte essenziale delle fonti di conoscenza, sradicando quanto di loro interesse sotto un profilo venale.
In particolare, per quanto riguarda la Sicilia, si pensi anche alle mille espressioni di arte non codificata che adornano le case, i giardini, i quartieri nel loro insieme; ed ancora, le fontane, le scalinate, le inferriate ed i cornicioni dei palazzetti, la ricca e bizzarra architettura delle masserie abbandonate, le preziose ceramiche sacre disseminate ovunque e le edicole (meglio note come “madonnelle”) contornate da oggetti votivi o le antiche “viae crucis” scolpite nella roccia.
E tutto questo – alla mercé di speculatori senza scrupoli, senza radici e senza valori – non poteva sfuggire all’attenzione della criminalità organizzata.
Ecco perché “i mafiosi si interessano di cultura”!

Posso però affermare che a partire dagli anni novanta si è sviluppata una notevole sensibilità verso il fenomeno della spoliazione del patrimonio culturale, e non solo con interventi legislativi da parte delle Istituzioni ma anche e soprattutto da parte della collettività.
Sono stati riscoperti i valori intrinseci dei beni culturali, è stata sviluppata la conoscenza di essi ed incoraggiata la loro valorizzazione.
Del resto quella di oggi cos’è se non una espressione di questo sentimento che concorre a formarla?
Per valorizzazione s’intende non soltanto i doveri di tutti noi verso i beni culturali, ma anche la conoscenza delle norme che li regolano ed i diritti che da esse derivano per ogni singolo cittadino, di cui ci dirà più ampiamente il professor Caponnetto.

Non è facile esporre in poche righe l’articolazione, complessa e talvolta avvincente, di una indagine circa la manipolazione e la commercializzazione di reperti archeologici sottratti illecitamente dal sottosuolo italiano, peraltro con grave danno al contesto storico cui appartengono, così come non è semplice illustrare lo sforzo per riportarli in patria.
Ho scelto come esempio di traffico illecito e recupero di reperti archeologici la vicenda della “Venere di Morgantina” perché nel suo percorso c’è anche un risvolto interessante che evidenzia gli enormi interessi della criminalità organizzata sui traffici dei beni culturali, i cui proventi – come detto – vengono poi reimpiegati sia in attività illecite, come quello della droga, quanto in altre apparentemente lecite, quale l’investimento in vari settori economici.

L’ambito archeologico di Morgantina
Il territorio di riferimento è costituito dalla grande Agorà di Morgantina e dalle campagne circostanti situate sui Monti Erei, che dividono il versante orientale da quello meridionale della Sicilia, in agro di Aidone in provincia di Enna, vicino alla più nota Piazza Armerina, di epoca più tarda.
Antica e fiorente città, Morgantina costituiva il più grande centro commerciale dell’entroterra siciliano collegato ai porti di Kamarina e Gela.
Si tratta di tre fra i più antichi e consistenti insediamenti della civiltà ellenica che vivranno poi alterne vicende che vanno dalle guerre puniche alla conquista dei Romani ed infine alla totale distruzione.
Territorio, quindi, con sottosuolo e fondali marini costellati di ogni forma di ricchezza antica che va dalle rarissime monete delle varie civiltà affacciatesi sul Mediterraneo alle statue, ai relitti di navi affondate ed ai loro carichi.
Prima di proseguire, è bene precisare che il sito di Morgantina, dal quale nel corso degli anni sono stati asportati clandestinamente numerosi reperti, fu portato alla luce nel 1955 da studiosi americani autorizzati dalla Regione Siciliana ad effettuare ricerche archeologiche.

La prima operazione
Alla fine del 1987, la Soprintendenza Archeologica di Agrigento ci segnalò lo scempio sempre crescente di questa poco valorizzata ed a noi sconosciuta area archeologica, ove ogni mattina si scoprivano nuovi scavi ad opera di profanatori.
Si pensi che per arrivarci chiedemmo indicazioni ad un impiegato del Comune di Aidone e ad un passante dall’aspetto distinto che non seppero risponderci, mentre fummo messi sulla giusta via – che si poteva percorrere in macchina solo fino ad un certo punto – da alcuni avventori di un bar dall’aria di saperla lunga a giudicare dalle tante domande che ci posero prima di rispondere, come si suol dire “a spizzico”.
Nei primi mesi del 1988, dopo una imponente operazione con provvedimenti restrittivi nei confronti di circa quaranta persone dedite al traffico di reperti archeologici, si cominciò a parlare, sulla stampa nazionale, del sito di Morgantina.
All’epoca la Soprintendenza archeologica competente era quella di Agrigento, magistralmente diretta dalla Dottoressa Fiorentini che ricordo con particolare stima.
In seguito ai fatti che stiamo esaminando venne poi costituita la Soprintendenza di Enna.

In questo contesto si intrecciano diversi ingarbugliatissimi episodi, dai quali trae origine una vastissima indagine internazionale per uno dei più consistenti traffici di reperti archeologici di eccezionale importanza storica, provenienti da scavi clandestini ed esportati all’estero.
Elencarli tutti richiederebbe molto tempo, ma desidero ricordare – oltre alla statua di Afrodite – il cosiddetto “Tesoro di Morgantina” e gli Acròliti la cui asportazione dal sottosuolo e la successiva commercializzazione illecita s’intrecciano con quelli della statua seguendo gli stessi canali.

Un grosso trafficante internazionale di reperti archeologici e soprattutto di monete antiche (anche false), che pur risiedendo anagraficamente a Gela di fatto viveva in Svizzera è tale Orazio Di Simone, che citerò spesso nel corso del racconto.
Racconto di chi ha vissuto i fatti in prima persona.

La statua di Afrodite
A metà del 1988 ancora la Soprintendenza di Agrigento ci segnalò di aver appreso che il Paul Getty Museum di Malibù, in California – a noi già tristemente noto per altri fatti – aveva acquistato una statua di grandissimo interesse artistico e storico di probabile provenienza da scavi clandestini in Morgantina.
Ne aveva avuta notizia da uno studioso americano, fra quelli che in precedenza avevano eseguito i sondaggi autorizzati e che aveva cercato invano per tanti anni in quella zona proprio quella statua per averne avuto conoscenza attraverso i suoi studi.
Le indagini si rivelarono subito complesse e difficili per una serie di problematiche internazionali.
Fu comunque determinante la fattiva collaborazione del Custom Service e del F.B.I. americani, e successivamente di Scotland Yard e delle Polizie elvetica e francese, che riuscimmo a coinvolgere nella passione per i reperti archeologici.

In estrema sintesi, accertammo che la statua, estratta dal sottosuolo di Morgantina nel 1978 da alcuni tombaroli della zona, fu subito venduta per otto milioni di lire al trafficante gelese Orazio Di Simone.
Nel 1979, costui con l’allora Direttrice del Dipartimento Antichità del P.G. Museum, Marion True, studia le modalità di vendita e di trasferimento del reperto. Per formalizzare l’acquisto occorre però trovare dei passaggi di “ripulitura”, quindi sospendono la trattativa.
Successivamente, i due individuano in tale Robin Symes – titolare di una società di trasporti internazionali in Londra e trafficante di opere d’arte – la persona giusta per un passaggio di “ripulitura” ed organizzano il trasferimento del reperto di eccezionale valore storico dalla Sicilia alla California via Svizzera ed Inghilterra.
Trasportata in Svizzera nel 1985, la statua viene venduta nel 1986 al commerciante londinese Robin Symes per 5 milioni e 500 mila dollari (pari allora a circa otto miliardi di lire), tramite un prestanome del Di Simone, tale Renzo Canavesi, siciliano con un negozio di antichità a Chiasso.
In vero, a suo tempo il Symes dichiarò di averla pagata solo 500 mila dollari (cinque milioni meno rispetto a quanto accertato) e Canavesi addirittura affermò di averla ceduta per 400 mila dollari, asserendo peraltro che era appartenuta alla sua famiglia da data antecedente il 1939.
Alla fine del 1987, il Paul Getty Museum riceve all’aeroporto di Los Angeles il prezioso reperto e, dopo averne analizzata l’autenticità nei suoi laboratori, a metà del 1988 formalizza l’affare col Symes per 20 milioni di dollari (all’epoca circa trenta miliardi di lire).

In pratica, un reperto di immenso valore storico strappato alla nostra cultura e pagato all’origine una manciata di soldi (8 milioni di lire per come riferito) è stato venduto, secondo il cambio dell’epoca, per oltre 8 miliardi di lire e rivenduto per circa 30 miliardi di lire.
Da osservare che le somme di denaro di cui si parla sono orientative perché dagli atti emergono dati contrastanti.

Un aspetto interessante riguarda il trasferimento della statua che, secondo una fonte, sarebbe stata spezzettata in più parti per essere agevolmente trasportata in Svizzera ove poi sarebbe stata ricomposta addirittura con una testa appartenente ad altra scultura.
Mi piace però dare maggiore credito ad una diversa versione che affascina per il suo risvolto da romanzo giallo, ma anche perché la prima ipotesi non è stata confermata dalle analisi sul reperto,

È la storia di uno skipper di Nizza ingaggiato nel 1985 da un inglese e da uno svizzero (verosimilmente Symes e Di Simone) per trasportare la statua con la sua barca da Porto Empedocle a Porto Cassìs (Francia) dietro compenso promesso di 400 sterline.
Giunto però a destinazione, i due committenti, ricevuta la merce, sparirono senza pagare.
In seguito alla minaccia diffusa di riferire tutto alla stampa se non avesse avuto il compenso, lo skipper fu avvicinato da due americani, di cui una donna che si faceva chiamare Marion, che gli raccomandarono di desistere dal suo proposito perché avrebbero provveduto loro a compensarlo.
A metà del 1988, appresa dalla stampa la notizia dell’acquisto della statua da parte del museo californiano e visto che i due non si erano più fatti vivi, egli contattò telefonicamente la giornalista di una rivista londinese specializzata in opere d’arte alla quale raccontò l’episodio ottenendo, in cambio, la promessa di un compenso pari a quello perso.
Lo skipper però “sparì” senza ritirare il compenso. Se ne può immaginare la causa.

L’episodio, apparentemente insignificante ai fini delle indagini, poteva ragionevolmente confermare il sospetto che il museo di Los Angeles non era poi così scevro da manovre illecite, come voleva lasciare intendere, pur di assicurarsi opere uniche di irripetibile fattezza.

Da successive indagini, condotte in altra sede sul riciclaggio di beni culturali da parte delle organizzazioni mafiose, emerse che Orazio Di Simone nel 1988 partecipò con una quota di 8 miliardi di lire (pari a quella percepita dalla vendita della statua) ad una operazione di investimenti immobiliari nella “Costa del Sol”, vicino Malaga, che faceva capo al clan mafioso di Nitto Santapaola, nella quale confluivano i proventi dei traffici illeciti internazionali di armi, di droga e di numerose opere d’arte.
In quella impresa confluisce anche parte dei proventi di una partita di droga acquistata da altri soggetti nell’America Centrale mediante cessione di opere d’arte rubate a Bettona, in provincia di Perugia.

Stabilita la proprietà italiana della statua, furono avviati informali quanto infruttuosi contatti con il museo californiano tendenti ad ottenerne la restituzione.
Nemmeno gli ulteriori interventi diplomatici fruttarono la restituzione del prezioso reperto.

Nel 1992, recatomi a Los Angeles per altre indagini ma con lo scopo principale di affrontare personalmente il problema della statua, chiesi ed ottenni un appuntamento con il Direttore del Paul Getty Museum.
Dopo i convenevoli di rito posi l’accento sull’importanza della statua per quel contesto storico dal quale era stata strappata. La risposta lapidaria suonò all’incirca così: “…Se non l’avessimo valorizzata noi, starebbe ora ad ingombrare qualche ammuffito sotterraneo dei vostri musei! “.
Su questo forse aveva ragione e, anche con riferimento ai positivi esiti investigativi, questi fu chiaro: “…E non crediate – disse – che anche se riusciste a trovare persone che vi confessano di avere rubato dal vostro sottosuolo la statua, noi ve la daremmo: voi potreste pagare quelle persone e noi ne pagheremmo altre per dichiarare il contrario…!”.
In sostanza, anche se era maturata la certezza circa la proprietà italiana del prezioso reperto, da parte del museo americano vi fu un netto rifiuto di restituzione.

Frenando la rabbia e l’orgoglio sferzato, azzardai una proposta!
Gli dissi che l’Italia, particolarmente interessata proprio a quella statua, in cambio avrebbe potuto avviare un rapporto di collaborazione mediante cessione temporanea di altre importanti opere d’arte da esporre e sfruttare nel museo.
Si creò subito un rapporto di simpatia in un clima di cordialità e ci lasciammo con le effusioni di vecchi amici.

Tornato in Italia e riferita la proposta all’allora Direttore Generale del Ministero dei Beni Culturali, questi si dimostrò scettico ed in pratica bocciò l’idea.
Ne parlai, a Palermo, col mitico e compianto Alberto Bombace – allora Direttore del Dipartimento Beni Culturali e Ambientali della Regione Siciliana – al quale peraltro ho saputo solo di recente che è stata intitolata la Biblioteca centrale della Regione Siciliana.
L’esplosione di entusiasmo del Bombace mi commosse: Ma noi gliene diamo tre di statue simili – mi disse – e poi li facciamo venire in Sicilia, facciamo un museo con loro, prestiamo tutte le opere che vogliono, così ce le pubblicizzano pure…!”.
Fu così che venne avviato, e non come oggi ci raccontano alcuni politici, quel discorso che poi ha portato alla restituzione da parte dei musei americani di numerose opere d’arte di proprietà italiana.

Le lungaggini burocratiche, gli intrecci giudiziari fra le varie vicende, gli incontri e gli scontri epistolari, gli ingarbugliati meandri del controverso diritto internazionale hanno fatto trascorrere molti anni prima di intravedere questo risvolto.
Nel frattempo fu costituita la Soprintendenza archeologica di Enna ed io fui trasferito ad altro incarico; ma avevo già avviato un’altra importante iniziativa per la Sicilia.
Anche Bombace, smorzando il suo entusiasmo, aveva rilevato: “Purtroppo siete lontani, e siete pochi!”.
In effetti, esisteva la sola sede di Roma con soltanto 39 unità operative me compreso (ora sono più di 300).
Dopo molte difficoltà e resistenze, ma con l’appoggio della Regione Siciliana e con l’incoraggiamento della stampa nazionale, avviai la costituzione di un distaccamento a Palermo, venendomi poi concesso l’onore di inaugurarlo pur essendo ormai in altro settore.
Sull’esempio di quello, successivamente ne sono stati costituiti altri 12, salvo altri realizzati negli ultimi tempi.

Mi scuso se parlo in prima persona, ma questi sono i fatti da me vissuti, e ritengo doveroso precisare – prima di concludere – che l’azione determinante è stata svolta dall’attività giudiziaria.
In particolare, l’eccezionale impegno di un magistrato che ha portato a Roma il più importante processo di tutti i tempi in tema di tutela dei beni culturali italiani è valso ad avviare positive trattative diplomatiche che hanno determinato un’inversione di tendenza da parte dei musei americani.

Il primo agosto 2007, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed il Getty Museum hanno finalmente raggiunto l’accordo che prevedeva la restituzione della quasi totalità delle opere reclamate.
Lo Stato italiano, si è impegnato ad “aggiustare” in qualche modo le pendenze processuali in corso e di collaborare in futuro coi musei americani mediante prestiti di opere d’arte significative, mostre congiunte, ricerca e progetti di conservazione e restauro.

In pratica è stato realizzato quanto si era detto con Bombace.

Quasi tutte le opere contese sono già rientrate in Italia ed una parte di essi è stata esposta al Palazzo del Quirinale dal 21 dicembre 2007 al 2 marzo 2008 nell’ambito della mostra denominata “Nostoi. Capolavori ritrovati”.
Nell’accordo, nessun cenno viene però fatto agli argenti ed agli acròliti

Marion True – ex direttrice del Dipartimento Antichità del Paul Getty Museum di Malibù, alla quale si è fatto cenno anche a proposito dello skipper francese – sotto processo a Roma, per questo e numerosi altri misfatti, unitamente a molte altre persone fra cui l’italiano Giacomo Medici.
Renzo Canavesi nel 2001 è stato condannato dal Tribunale di Enna a 2 anni di reclusione ed al pagamento di 40 miliardi di lire come risarcimento allo Stato italiano; ma ha opposto ricorso.
Orazio Di Simone e Robin Symes, sotto processo per traffici illeciti internazionali con un giro di diverse centinaia di milioni di dollari, forse miliardi.

* * *

Un’aforisma di John Keats recita che la vittoria ha moltissimi padri mentre la sconfitta è generalmente orfana. Nella lunghissima e travagliata vicenda della Venere di Morgantina la felice risoluzione ha spinto molti a prendersene i meriti e gli onori, lasciando nell’ombra quanti hanno lottato, anche quando pochissimi credevano possibile il solo pensarlo.
L’articolo di Rino Caltagirone ci racconta come dai banchi della scuola media Filippo Cordova fosse scoccata la prima “scintilla”, dalla pervicacia di un gruppo di ragazzini, guidati dalla professoressa Lilia Raffiotta, che chiedevano ingenuamente la restituzione degli Acroliti al miliardario Templessman:
Sarebbe stata la pervicacia di un gruppo di alunni e di una loro insegnante, a consentire a distanza di tempo che il sogno si realizzasse. La storia racconta che era il 22 marzo del 1994, quando un gruppo di allievi della Scuola Media “Cordova” di Aidone, guidati dalla prof.ssa Lilia Raffiotta scrissero a Maurice Tempelsman, uomo d’affari americano, raffinato collezionista sposato con Jacqueline Kennedy, chiedendogli la restituzione di due acroliti, teste in marmo di epoca greca, trafugate dalla zona archeologica di Morgantina, da lui comprate attraverso un mediatore di origine siciliana. Gli alunni in cambio delle teste assicuravano le loro preghiere per la guarigione di Jacqueline ammalata di cancro. Lontanamente immaginavano, che quell’accorato appello potesse suscitare tanto clamore. Quella lettera infatti, quando Jacqueline morì fu pubblicata sui maggiori quotidiani italiani e stranieri impietosendo il mondo intero. Maurice Tempelsman rispose con un biglietto di ringraziamento facendo finta di niente sulla singolare richiesta degli alunni di uno “sperduto paesino”della Sicilia che riponevano le speranze del loro futuro nelle teste sacre di Demetra e Kore. Sarebbe stata proprio quella lettera, il primo passo per il rientro degli acroliti, degli argenti, della Venere. Nonostante tutto, quegli indomabili ragazzini non si scoraggiarono e una domenica di maggio del 1994 coinvolsero la comunità aidonese con una petizione popolare per “la riacquisizione al patrimonio italiano, dei beni culturali sottratti clandestinamente al sito archeologico di Morgantina”. Gli americani pur di non restituirli misero perfino in dubbio la provenienza italiana, ma presto si dovettero arrendere di fronte all’evidenza derivante dalle indagini dei carabinieri e della procura di Enna, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti tombaroli e al prof. Malcolm III Bell esperto archeologo. La svolta decisiva avvenne nel 2006, quando la cittadinanza di Aidone ancora una volta, in una giornata di nebbia fitta e di memorabile pioggia, protestarono tutti compatti alla presenza delle maggiori testate nazionali ed estere. Quella protesta vigorosa, alla quale si unì quella dell’allora ministro Francesco Rutelli, convinse i Musei americani a chiudere la partita, restituendo l’inestimabile patrimonio artistico trafugato a Morgantina. Fu definita la vittoria di Davide contro il gigante Golia. Il resto è storia recente.

L’Archeolclub di Aidone e la battaglia per la restituzione della Venere. La piccola pattuglia di soci della sezione aidonese, sotto la presidenza della dottoressa Maria Calcagno, nel 2006, fu capace di coinvolgere nella battaglia anche il club a livello nazionale. L’Archeoclub d’Italia, sposando convintamente la causa della necessità del rientro della Venere nel luogo da cui era stata trafugata, dedicò il 2007, l’anno in cui il sodalizio festeggiava i suoi 35 anni di vita, al ritorno della Venere di Morgantina da Malibù. La Venere diventò il simbolo delle opere trafugate e illegalmente portate nei musei esteri. La sede di Aidone, il 25 aprile, fu invitata a Roma al Salone Margherira, dove si celebrava l’anniversario; sul palco del teatro troneggiava una gigantografia della statua della dea e del Teatro di Morgantina. In presenza di tutte le sedi italiane fu data la parola ai rappresentanti aidonesi. Fu lanciato l’appello perché si parlasse della Venere in ogni sede e si facesse una raccolta di firme a supporto dell’azione isolata del Ministro Francesco Rutelli che da qualche mese lavorava senza successo alla restituzione della statua. L’allora vice presidente dell’Archeolclub d’Italia Giuseppe Bruno, fece circolare per tutte le sedi sparse sul territorio italiano un pieghevole in cui si illustrava la storia del prezioso reperto e si invitava tutti a sottoscrivere la petizione. Così la questione fu portata alla conoscenza dell’Italia intera e della stampa nazionale. La sezione dell’Archeoclub Aidone-Morgantina era stata protagonista anche nella storica giornata della manifestazione “Tutti in piazza per la Venere” che si era tenuta in Aidone il 17 dicembre 2006. Per spingere l’America a prendere posizione circa le restituzioni e attirare l’attenzione dei media nazionali ed internazionali, l’Assessorato regionale ai Beni culturali, il Comune di Aidone, la provincia regionale di Enna, avevano promosso la manifestazione che vide anche il consenso del ministro Rutelli, la partecipazione della Commissione Antimafia, del FAI, del WWF, di Legambiente, e ricevette perfino un importante messaggio dell’ambasciatore americano Spogli. In quell’occasione fu coinvolto un innamorato pazzo della Venere di Morgantina, il fotografo Rino Baeli, da Messina, tra i primi a fotografare a Malibù la statua della dea e a farne una mostra, nel 2004, a Palermo e a Messina e a pubblicizzare Aidone, Morgantina e i reperti trafugati attraverso un pieghevole. Realizzò pure una gigantografia che portava in giro per tutta la Sicilia; in occasione della manifestazione del 17 dicembre, partendo da Messina in direzione di Aidone, con la gigantografia ancorata alla sua macchina, attraversò tutti i paesi fermandosi nelle piazze e nelle sedi dell’Archeoclub e raccogliendo le firme sulla petizione per il rientro della dea.

 

 

 

 

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