venerdì , Maggio 7 2021

Leonforte: le tavolate di San Giuseppe

A Leonforte, come in molte altre parti della Sicilia, le tavolate di San Giuseppe sono la più bella e tipica espressione della devozione verso questo santo protettore della famiglia. Esse sono un coacervo di simboli che si ripetono anno per anno, di generazione in generazione e che fanno ormai parte della tradizione di Leonforte.

L’altare di S. Giuseppe è la sacra commemorazione del “transito” di S. Giuseppe, che ha assunto col tempo una ritualità ed importanza tale da essere considerata, nel “calendario” della popolazione leonfortese, una delle  manifestazioni più interessanti dell’anno.

L’artaru rappresenta “u cunsulu”, ovvero la veglia nella notte della morte del “Padre della Provvidenza”; a lui si cantano preghiere in forma di “lamientu” o di “raziunedde”; allo stesso tempo esso è anche una riproposizione dell’Ultima Cena: all’indomani della notte in cui si girano gli altari, uomini e donne, in numero rigorosamente dispari (da un minimo di 3 ad un massimo di 33), recitano la “parte” di Gesù, Maria, Giuseppe e di altri santi e partecipano al banchetto in onore della morte del Santo.

Tramite gli altari i nostri padri hanno inventato un modo originale per stare attenti ai bisogni dei poveri: i “santi” che prendono parte alla tavolata (il loro numero si può evincere da alcuni elementi come il numero di piattini, di bicchieri o di “cuddure”) erano un tempo poveri che si decideva di aiutare tramite il voto a S. Giuseppe; così la “festa” per questo Santo si trasformava quasi in un appuntamento tra “ricchi” e “poveri”, nonostante chi faceva il voto, spesso, non fosse meno povero dei santi che sedevano al suo altare.

E’ impossibile definire una data precisa di nascita di questa tradizione, ma l’attenzione ai poveri presente in essa si ritrova anche nel testamento  del  principe  fondatore  di Leonforte, Nicolò Placido Branciforti.

L’artara o tavolate rappresentano un atto di fede che si manifesta nell’adempimento di un voto fatto per grazia ricevuta o da ricevere. Esse si presentano come are votive addobbate con veli e altri preziosismi decorativi; la fase iniziale di allestimento dell’altare prevede la realizzazione di un “cielo” costituito da veli da sposa e lenzuoli candidi, simboleggiando Dio che sta al di sopra di tutto, poi una serie di piani digradanti come un altarino su cui si collocano una croce, il bastone di San Giuseppe (che la tradizione vuole resti alla padrona di casa), una statuetta del Santo, un ostensorio e altre forme di pane (i “rametti”, cioè forme di pane decorato in vario modo), infine un ampio piano su cui si pongono le “cuddure”, gli elementi portanti della composizione. Al centro della tavolata è tradizione appendere il quadro di S. Giuseppe o della Sacra Famiglia.

Ogni “tavolata” che si rispetti è imbandita di ogni ben di Dio, di prodotti tipici della terra leonfortese e di pietanze contadine: pasta con i finocchietti, mollica e sarde, frittelle di finocchietti selvatici e cardi, “favaiane”, ceci, diverse specialità di dolci come “sfinci”, “pagnuccata”, “biancu mangiari”, olivette di mandorle,  torrone,  cannoli,  pane di Spagna, e frutta di ogni tipo; ma soprattutto la tavolata è ricca di pane, pane in abbondanza, da distribuire ai santi e ai presenti. I pani che richiamano maggiore attenzione sono le “cuddure”, vere e proprie opere d’arte che evidenziano una tecnica panificatoria ed artistica che in poche donne ormai sanno fare. Tali cuddure, grazie alle loro forme, descrivono in modo essenziale il Vangelo, esemplificando ognuna il santo che rappresentano: la cuddura del Signore, ad esempio, porta i segni della Passione di Cristo, quella di S. Giuseppe gli attrezzi da falegname, la Madonna il Santo Rosario e la mano con l’anello. Lucentezza è loro conferita da una patina di bianco d’uovo passatovi sopra prima della cottura, mentre le caratterizzano i semi di papavero disposti qua e là sopra la confezione.

L’allestimento di un “artaru” presuppone settimane di intenso lavoro e di preoccupazioni. Il primo venerdì del mese di marzo si avviano i preparativi per la tavolata: è un intersecarsi di attività, di donne intente a sgusciare legumi e a schiacciare mandorle e noci, a pulire cardi spinosi e finocchietti di campo, e di uomini impegnati ad alimentare il fuoco sotto i calderoni. Parenti, amici, vicini di casa, addirittura persone con cui in passato si hanno avuto degli screzi partecipano al suo allestimento: il ricucire relazioni umane interrotte, la riconciliazione quindi, è uno dei presupposti fondamentali nella realizzazione di un altare.

La tavolata, mentre valorizza ed esalta quanto è tipico della terra leonfortese (inventiva artigianale, prodotti tipici della campagna, lavoro prodotto all’interno delle case e delle famiglie), manifesta in forma semplice tanti valori della fede cristiana e della cultura popolare: ad esempio, come abbiamo già accennato, le “cuddure” descrivono in forma semplice e immediata il Vangelo; i tre spicchi d’arancio sui piattini, da una parte uniti e dall’altra divisi, indicano le tre persone della Trinità, uguali e nello stesso tempo distinte; i santi che al pranzo fanno gli stessi gesti di Gesù suggeriscono che i cristiani devono seguire Cristo in tutto e per tutto.

Nella notte tra il 18 e il 19 marzo la festa assume la sua più tipica espressione: leonfortesi e forestieri “furrianu” tra i vicoli in visita agli altari, vengono invitati dai padroni di casa ad assaggiare qualcosa e a portare in  famiglia un pane benedetto.

L’indomani, alle dodici in punto, c’è il pranzo dei santi, che si esplica in una serie di rituali a cui partecipano anche gli astanti. Conducono il banchetto, inframmezzandolo di preghiere e litanie, la padrona di casa e colui che interpreta Gesù, mentre gli altri santi, come sopra accennato, seguono pedissequamente le sue mosse.

E’ così che, in una maniera tanto insolita, i leonfortesi per anni hanno espresso il loro amore nei riguardi di S. Giuseppe; a ciò possiamo aggiungere che le peculiarità etnoantropologiche di questa tradizione ne fanno un motivo di vanto e orgoglio per il popolo di Leonforte, tant’è che ci si augura che mai si possano perdere le radici di questa storia.

Due sole raccomandazioni intendiamo farvi prima di chiudere questo discorso: in primis ricordiamo che l’artaru viene benedetto e che ci troviamo in presenza di luogo sacro, quindi è necessario che il comportamento di ognuno sia improntato al massimo rispetto; secondariamente vi rammentiamo di non dire mai di “no” quando qualcuno vuole offrirvi un “pupidduzzu” o un pezzo di pane, sarebbe come rifiutare la “razia di Ddiu”, né di dire mai “grazie” perché così vuole la tradizione!

 

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